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'Le parole rubate' al giudice Falcone, il 23 maggio opera-indagine al Teatro Massimo di Palermo

Firmata dai giornalisti Salvo Palazzolo e Gery Palazzotto, sul palco Ennio Fantastichini

CRONACA
'Le parole rubate' al giudice Falcone, il 23 maggio opera-indagine al Teatro Massimo di Palermo

Il computer di Falcone

Sono il simbolo dei misteri che ancora avvolgono una stagione drammatica della storia d’Italia. Il computer portatile di Giovanni Falcone e la borsa di Paolo Borsellino. Contenevano il file del diario e l’agenda rossa dei magistrati assassinati nella terribile estate del 1992. Diario e agenda scomparsi misteriosamente dopo le stragi. Adesso, quel computer e quella borsa arrivano sul palco del Teatro Massimo di Palermo, per un’opera davvero particolare. “Le parole rubate”, si intitola. Verrà rappresentata il 23 maggio, alle ore 20. "Sarà un’indagine sul palcoscenico, per capire quando e soprattutto come sono state trafugate le parole di Falcone e Borsellino", spiega Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, che ha scritto il testo della rappresentazione assieme al giornalista e scrittore Gery Palazzotto. A condurre l’indagine sul palcoscenico sarà l’attore Ennio Fantastichini, all’interno di uno spettacolo che ha la regia di Giorgio Barberio Corsetti; le musiche di Marco Betta saranno eseguite da una formazione di trenta professori d'orchestra, diretta da Yoichi Sugiyama. Fantastichini, cercatore delle parole scomparse, ripercorrerà le dichiarazioni dei testimoni ai processi, gli indizi, metterà in relazione tracce e coincidenze, poi si muoverà dentro le immagini di quel 1992. "Un’indagine che vuole ribadire il vero significato che dovrebbe avere la parola memoria - dice ancora Palazzolo – Venticinque anni dopo gli eccidi di Capaci e di via d’Amelio, ricordare vuol dire soprattutto impegno per la ricerca di quella verità che ancora non c’è. Impegno che non può essere solo della magistratura, ma deve essere di tutta la società civile".


Ma cosa c’era nel diario di Giovanni Falcone? Cosa aveva annotato Paolo Borsellino nei 57 giorni che gli restarono da vivere dopo la morte dell’amico di una vita? Gli indizi dei ladri di parole si sovrappongono sul palcoscenico del Teatro Massimo attorno al computer e alla borsa dei magistrati assassinati nel 1992. Del diario di Falcone aveva parlato un mese dopo la strage il giudice Giuseppe Ayala: "Una sera, nella sua stanza a Palazzo di giustizia Giovanni mi disse: 'Prendi un sorso di whisky, devo terminare una cosa'. Quando finì di scrivere sul computer portatile mi guardò. 'Sto annotando tutto quello che mi sta succedendo per ora in ufficio. Qualunque cosa dovesse accadere, tu sai che è tutto scritto'".

Ma nei computer di Falcone, risultati manomessi, non è stata trovata traccia di quelle parole. L’agenda rossa di Borsellino, contenuta nella sua borsa, è scomparsa invece nell’inferno di via d’Amelio. Inizialmente, la procura di Caltanissetta aveva indagato per il furto un ufficiale dell’Arma dei carabinieri, fotografato poco dopo l’eccidio mentre ha in mano la borsa, ma la sua posizione è stata poi archiviata.

"Venticinque anni dopo – dicono gli autori de 'Le parole rubate' – uomini infedeli delle istituzioni conservano i segreti di quel 1992. Il computer risultato manomesso era nell’ufficio di Falcone al ministero della Giustizia". Una storia che parte da due immagini. Sabato 23 maggio 1992, ore 22. Quattro ore dopo la strage di Capaci, due magistrati e un ufficiale dei carabinieri entrano nell’ufficio di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, si guardano intorno e non toccano nulla: lasciano lì i computer, i documenti e gli appunti del magistrato appena assassinato. Entrano, guardano e se ne vanno.

Cinquantasette giorni dopo, sabato 19 luglio, alle 16,57, Paolo Borsellino scende dalla sua auto blindata in via d’Amelio a Palermo. In una mano ha una sigaretta, nell’altra l’accendino con cui la accende. La borsa con la sua agenda rossa è in auto e lì rimarrà sin quando, due minuti dopo, Cosa Nostra farà esplodere una Fiat 126 imbottita con 90 chili di tritolo. Poi quell’agenda sparirà. A 25 anni di distanza in un teatro d’opera si ricostruisce, per la prima volta, il più grande cambio di scena a sipario aperto che la nostra democrazia ricordi. "Si racconta di quando in un’eclissi della democrazia, nel buio del vuoto di potere, entrarono in azione gli specialisti del depistaggio che, seguendo un metodo ben collaudato, sottrassero le parole più importanti dei due magistrati assassinati".



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