Fiamme nella baraccopoli, muore migrante

CRONACA
Fiamme nella baraccopoli, muore migrante

Immagine d'archivio (FOTOGRAMMA)

Fiamme nella baraccopoli di San Ferdinando, a Gioia Tauro. L'incendio, che ha coinvolto circa 20 costruzioni, ha provocato la morte di un cittadino senegalese di 29 anni, Ba Moussa. Il corpo del ragazzo è stato ritrovato carbonizzato durante le operazione di spegnimento delle fiamme da parte dei Vigili del Fuoco. Secondo le prime ricostruzioni, il tentativo di scaldarsi sarebbe stato all'origine dell'incendio: le fiamme si sarebbero poi propagate con facilità visti i materiali, legno e plastica, con cui sono costruite le baracche.


La vittima aveva ottenuto la concessione della protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani nel 2015: il permesso di soggiorno ottenuto per motivi umanitari era scaduto nel marzo del 2018 e non gli era stato rinnovato per mancata presentazione della documentazione.

Al momento, intanto, altri 15 migranti rimasti senza un tetto sono stati ricoverati presso la nuova tendopoli gestita dal Comune di San Ferdinando. Dopo l'incendio il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, ha convocato una riunione di Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza: nell'incontro è stato messo a punto il piano per trasferire i migranti che, dopo le procedure di identificazione e la verifica dei requisiti di legge (con il permesso di soggiorno), possono decidere se essere trasferiti nei centri Sprar o Cas della provincia di Reggio Calabria.

VERTICE - Durante il vertice il Prefetto ha richiamato ''l'importanza di attuare politiche attive di integrazione e inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro - si legge in una nota - attraverso forme di accoglienza diffusa, anche ai sensi dell'art. 40 del Testo unico sull'immigrazione, così come convenuto nelle riunioni che si sono susseguite in Prefettura''. Erano presenti il Questore Raffaele Grassi, il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Flavio Urbani, il vice comandante dell'Arma dei carabinieri Stefano Romano, il sindaco di San Ferdinando Andrea Tripodi e il rappresentante di Vigili del Fuoco, Carmelo Triolo.

AVANTI CON RICOLLOCAMENTI - "Nessun rallentamento" dopo la tragedia. L'intenzione - riferiscono fonti del Viminale - è eliminare l’insediamento abusivo, per evitare il ripetersi di simili tragedie e combattere degrado e illegalità. "Dalle prossime ore - spiegano le stesse fonti - partirà il piano, già messo a punto nelle ultime settimane: il primo passo prevede lo spostamento di 40 immigrati regolari in strutture d’accoglienza regionali. Già in passato erano stati messi a disposizione 133 posti in progetti Sprar, ma solo 8 immigrati avevano accettato la soluzione".

SALVINI - Il vicepremier Matteo Salvini ha intanto fatto sapere che la baraccopoli sarà sgomberata: "L’avevamo promesso e lo faremo, anche perché illegalità e degrado provocano tragedie". "Nell’area di San Ferdinando ci sono 1.592 persone - riferiscono fonti del Viminale - Gli aventi diritto al Siproimi (ex Sprar) sono 80, i richiedenti asilo 669. Di questi ultimi, 366 possono già essere collocati in centri di accoglienza (Cas o Centri governativi). Al momento solo 15 immigrati hanno accettato di accedere ai progetti Siproimi e su 180 stranieri contattati per i Cas hanno espresso disponibilità ad essere ricollocati solo 73" . "Sono in corso ulteriori accertamenti sullo status degli altri stranieri presenti nell’area. Al termine delle verifiche e dei ricollocamenti - viene rilevato - si provvederà allo sgombero".

IL VESCOVO - Il vescovo di Oppido-Mamertina-Palmi, mons. Francesco Milito, denuncia che queste morti "sono troppe, non c'è più tempo da perdere: è indegno di un Paese civile". Non è la prima volta che accade. "Bisogna agire con la massima urgenza - dice all'AdnKronos - perché la cosiddetta emergenza è diventata sistema. Adesso non c'è più tempo da perdere: quattro morti sono troppi. Il nome di tendopoli poi è persino nobile perché a San Ferdinando c'è 'cartopoli', 'plasticopoli'. E' indegno che si ospitino i nostri fratelli in queste condizioni . L'unica cosa da fare è intervenire urgentemente, con efficacia".

RETE CARITAS - Il vescovo preferisce non commentare la reazione del ministro dell'Interno ma riflette sul rischio tensioni in un luogo dove si sono già state altre vittime del degrado: "Sto dicendo da anni che bisogna intervenire sul luogo per restituire dignità a chi ci vive. I morti sono troppi. Chi conosce questi luoghi va a casa con una sofferenza estrema. Non è più tempio di parole". Poi racconta che la Chiesa è da sempre mobilitata e sta facendo la sua parte: "Sta facendo moltissimo, c'è una rete di Caritas diocesane che danno man forte; senza dimenticare il lavoro di tante altre realtà associative e l'opera silenziosa portata avanti di tanti sacerdoti. La politica faccia la sua parte, ma qui il problema è etico: parliamo di nostri fratelli, non ci sono persone di serie A e di serie B".



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