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Terrorismo, l'allarme dell'esperto

Marone (Icct-Ispi) , 'in Italia stanno diventando adulte ora'

CRONACA
Terrorismo, l'allarme dell'esperto

(Fotogramma)

di Tommaso Gallavotti


L'Italia riguardo al rischio del terrorismo jihadista ha "una situazione virtuosa", rispetto a quella di altri Paesi europei come la Francia, il Regno Unito o il Belgio, anche perché, essendo un Paese in cui l'immigrazione di persone di religione musulmana è più recente, i ragazzi della "seconda generazione" stanno "diventando adulti ora". Però, anche se il discorso è molto "scivoloso", il "timore" è che, con una seconda generazione "ampia", come c'è in altri Paesi europei, "aumenti statisticamente il rischio", dato che cresce il potenziale bacino di reclutamento, il che non vuol dire in alcun modo "criminalizzare" i figli degli immigrati. A spiegarlo all'Adnkronos è Francesco Marone, ricercatore dell'Ispi e associate fellow dell'International Centre for Counter-Terrorism dell'Aja, in Olanda.

L'Icct ha da poco tradotto e ripubblicato, in inglese, un rapporto ("Destination Jihad: Italy's Foreign Fighters"), a firma dello stesso Marone e di Lorenzo Vidino, che per la prima volta fa un quadro completo dei foreign fighters 'tricolori'. Ora i foreign fighters 'tricolori', dai 125 dell'edizione in italiano, del giugno 2018, sono diventati "138". Di questi, 11 sono tornati in Italia, tre sono in carcere e otto sono attivamente monitorati dalle autorità di pubblica sicurezza. Per ora, spiega Marone, la situazione italiana è relativamente "virtuosa", ma "alcuni indicatori" fanno pensare che la Penisola "si stia avvicinando" alla situazione "problematica" di altri Paesi, anche se, in virtù della storia del nostro Paese che ha vissuto gli Anni di Piombo e la lotta alla grande criminalità organizzata, quello italiano rimane "un sistema antiterrorismo molto coordinato".

Tuttavia, continua il ricercatore, "se l'aspetto repressivo va molto bene", visto che "siamo l'unico grande Paese occidentale che non ha mai subito un attacco sul suo territorio dall'11 settembre", nel Nord Europa, "da anni e talora da decenni", esistono politiche di "deradicalizzazione", condotte "con le scuole e le comunità islamiche, che si affiancano, senza sostituirvisi, all'azione repressiva". Su questo aspetto "l'Italia non ha una strategia nazionale". E "molti esperti consigliano di prepararsi a una situazione che potrebbe essere meno positiva nei prossimi anni".

Il tema demografico, premette Marone, è "molto scivoloso", perché si presta a strumentalizzazioni politiche, ma, "senza generalizzare", è "un fatto: in Francia lo si vede benissimo, le seconde generazioni sono più a rischio della prima e della terza". In Italia "le seconde generazioni" adulte sono ancora "poche" e quella è "la fascia più pericolosa: abbiamo una grossa prima generazione, mentre la seconda sta diventando adulta adesso". Da anni "ci stiamo avvicinando, dal punto di vista demografico, ad una situazione che potenzialmente ci avvicina a quella degli altri Paesi".

In Francia, dove i foreign fighters partiti per Siria e Iraq sono circa 1.900, c'è già la terza generazione, mentre "da noi la seconda sta arrivando adesso: molti sono ancora bambini, quindi non pericolosi. Il timore è che, con una seconda generazione ampia, come c'è in altri Paesi, aumenti statisticamente il rischio, senza in alcun modo criminalizzare le seconde generazioni. Ma aumenta il bacino di reclutamento, almeno potenziale".

E infatti, prosegue Marone, alcuni degli jihadisti italiani sono "figli di migranti, come avviene all'estero, che spesso contestano i genitori, perché li considerano troppo integrati". D'altra parte, spiega, il migrante "non ha il tempo per elaborare questioni di identità", perché "deve lavorare per guadagnarsi da vivere". E' invece il figlio che "comincia, avendo di che vivere, a porsi problemi di identità". E spesso sono ragazzi "un po' in bilico tra Paese di origine della famiglia e quello di destinazione".

A volte questa "doppia appartenenza" può trovare una "soluzione" in una "visione in bianco e nero, con l'Islam contro l'Occidente". Un altro tema "molto scivoloso", osserva, è la riforma dello ius sanguinis, verso una forma temperata di ius soli. "Ovviamente" il tema è molto più "ampio", ma "da una parte" chi lavora "sul campo" nell'antiterrorismo segnala che le espulsioni amministrative, firmate dal prefetto, che sono state "molto utilizzate" negli ultimi anni, e che si sono dimostrate molto efficaci, possono essere usate "solo contro cittadini stranieri".

E se ci sono sempre più seconde generazioni con passaporto italiano, "potenzialmente" si crea una situazione che "rischia di annullare questa misura". Questo "sta già avvenendo", spiega, perché "sempre più seconde generazioni stanno acquistando la cittadinanza". D'altro canto, però, si può "riflettere" sul fatto che persone che crescono in Italia si trovino ad avere una "situazione giuridica diversa" da quella dei loro compagni o dei loro amici. Questo "rischia di rafforzare la narrativa della discriminazione" che "anche lo jihadismo" propone, cioè "l'idea che non si può convivere".

Una situazione in cui l'integrazione è "complicata", in "alcuni può scatenare la possibilità di aderire" a ideologie radicali, con un incontro tra una "domanda di frustrazione" e "l'offerta organizzativa" del messaggio jihadista. "Sappiamo di alcuni foreign fighters, addirittura italiani convertiti, che si vantavano di essere discriminati nel loro Paese", sottolinea. E in "alcune" persone, una "piccola minoranza", questo senso di discriminazione, conclude, "trova una risposta potenzialmente attraente nel messaggio jihadista".



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