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Coronavirus, l'incubo delle donne maltrattate costrette in casa con mariti violenti

Telefono Rosa, 'telefonate al 1522 crollate per paura'

CRONACA
Coronavirus, l'incubo delle donne maltrattate costrette in casa con mariti violenti

di Silvia Mancinelli - Se la quarantena è un sacrificio per tutti, lo è, ancora di più, per le donne vittime di violenze domestiche, costrette a una convivenza h 24 con mariti che le maltrattano, le picchiano, le umiliano spesso davanti ai loro figli. Sono loro, nella vita di tutti i giorni facilitate a sopportare dividendosi tra lavoro e commissioni pur di mantenere la distanza con il compagno temuto, a rivolgersi ai centri antiviolenza per denunciare una situazione insostenibile nell'emergenza. Sono state 6283 le donne che dal primo gennaio al 15 marzo di quest'anno hanno chiamato il 1522, il numero antiviolenza e stalking. Un numero di utenti letteralmente crollato, però, negli ultimi 20 giorni.


"In questo periodo - spiega Telefono Rosa - si riscontra nelle donne che ci contattano, una difficoltà a richiedere aiuto per via della convivenza forzata in ottemperanza alle misure previste dell'ordinanza del Dpcm del 9 marzo. Molte di loro chiedono aiuto con un filo di voce, per non farsi sentire dal compagno nella stanza accanto. In questi casi la donna impossibilitata a parlare, viene invitata a comunicare in chat la sua storia di violenza, per non esporsi al pericolo di essere scoperta e aggredita". Chiusa per l'emergenza Coronavirus la sede centrale di viale Mazzini, nel quartiere Prati di Roma, e i centri antiviolenza, restano però attivi i centralini. "Tutte le chiamate infatti sono state deviate alle nostre volontarie e alle operatrici - spiegano dal Telefono Rosa - che risponderanno fornendo, attraverso l’ausilio di avvocate e psicologhe, consulenze legali e psicologiche telefoniche. Il 1522 rimane comunque attivo 24h/24 senza alcuna modifica".

Un ulteriore dato è fornito dall'associazione Differenza Donna: "Le telefonate che ci arrivano in questi giorni sono quelle delle donne che già seguiamo e con le quali è stato intrapreso un percorso, ma anche quelle di chi mai si era rivolto prima a un centro antiviolenza e che oggi, costretta tra le quattro mura domestiche con un compagno o un marito violenti, si trova a dover chiedere aiuto, sola con il proprio incubo a pochi passi" svela all'Adnkronos il presidente Elisa Ercoli. "Sono telefonate fatte con evidente disagio, brevissime - continua Ercoli - evidentemente controllate, sussurrate. Dall'altro capo della cornetta riusciamo appena a sentirle ed è difficile anche solo provare a darci un appuntamento. Si tratta di donne sotto controllo continuo, con poco tempo per fare una conversazione delicata come è quella in cui si confida una situazione di maltrattamenti in famiglia. Chi ci chiama spesso lo fa approfittando di quel tempo che si è ritagliata per fare la spesa, per andare in farmacia".

L'ipotesi certa, come conferma la stessa presidente della Ong - è che in questo momento sono aumentate le violenze, essendo in casa vittima e carnefice insieme. "Le donne non chiamano dicendo 'correte, sto subendo violenza, aiutatemi' - continua Ercoli - La questione è complessa, sono donne depotenziate completamente, avvilite, scoraggiate, che chiedono anche solo un semplice confronto per cercare di capire cosa possono fare. Non dobbiamo immaginare che abbiano a loro disposizione una scelta netta se restare o rimanere: sta a noi descrivere a ognuna quali sono le opportunità e i diritti di cui può godere e il modo in cui è possibile facilitare l'accesso a questi diritti. Ci chiedono soprattutto quanto rimanere in casa, sopportare, sia una opportunità o un danno per i loro figli che spesso, soprattutto in quarantena, assistono loro malgrado alle violenze".

Ma cosa può fare l'operatrice che risponde a una telefonata "difficile", stretta nei tempi, quasi impercettibile, per aiutare concretamente la donna che ha finalmente trovato il coraggio di chiedere aiuto? "Nella prima accoglienza telefonica dobbiamo avere un tempo congruo anche per non essere invasive ma accoglienti - risponde Ercoli - trasmettere la certezza che stiamo credendo al suo racconto, illustrare le opportunità alle quali può accedere anche con il sostegno delle nostre operatrici delle case rifugio così da avere un percorso reale sostenibile e percorribile nel futuro, facendo la scelta di uscire dalla violenza. Senza dare queste informazioni la donna non è nelle condizioni di poterne realmente uscire, perché minacciata e controllata. Stare a casa, se è difficile per tutti, espone a una violenza molto serrata tutte le donne che subiscono maltrattamenti o violenza tra le mura domestiche, in danno anche dei bambini che respirano h24 questo clima".

Cosa può fare concretamente una donna che, in questo momento, è bloccata in casa con un marito che la minaccia costantemente o, peggio ancora, la picchia? "Chiamare il centro antiviolenza a Villa Pamphili che gestiamo dal 1992 e che risponde h24 al numero 065810926 - spiega Elisa Ercoli - e poi abbiamo diversi altri centri antiviolenza come quelli a via Sisenna, a Roma Est, a Tivoli, a Formello, e i codici rosa all'interno degli ospedali, tra i quali il policlinico Umberto I, il Grassi a Ostia e il nosocomio di Civitavecchia. Sulla nostra pagina facebook abbiamo messo un post in cui sono elencati tutti i centri antiviolenza e i numeri di telefono da chiamare. E' necessario da parte nostra, oltretutto, valutare le situazioni al limite, anche in quel caso se sussistono è consigliabile contattare un centro per capire bene come e a chi rivolgersi. Tuttavia, e vale ancor più per quante hanno timore di farsi sentire al telefono, è possibile consultare online le nostre pagine e scriverci eventualmente su messenger dove possiamo garantire almeno il supporto e offrire consigli da adottare in questi giorni".



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