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Johnny lo Zingaro evade di nuovo

CRONACA
Johnny lo Zingaro evade di nuovo

Johnny lo Zingaro da giovane (Fotogramma)

Era in permesso premio e doveva tornare in carcere in giornata, ma di Giuseppe Mastini, conosciuto come 'Johnny lo Zingaro', si sono perse le tracce da mezzogiorno: l'uomo, che sta scontando l'ergastolo, è evaso oggi dal Bancali. Sono in corso le ricerche da parte del comando provinciale dei carabinieri, coordinate dalla procura di Sassari. Si tratta della seconda evasione, dopo quella avvenuta il 30 giugno 2017 dal carcere di Fasano, in provincia di Cuneo.


Chi è Johnny lo Zingaro, una fuga dopo l'altra

IL PROFILO CRIMINALE - Niccolò D'Angelo, ex questore ed ex capo della Squadra Mobile di Roma se lo ricorda bene. Fu D'Angelo personalmente a mettergli le manette ai polsi: "L'ho arrestato io, me lo ricordo bene quel giorno. Era un criminale serio, apparteneva a una famiglia nomade di giostrai, lo abbiamo arrestato con la mia Sesta Sezione a Fiano Romano, dopo che aveva commesso un omicidio, sequestrato una ragazza (che liberammo), insomma un soggetto decisamente pericoloso anche perché precedentemente aveva ammazzato un nostro agente. Lo prendemmo dopo che lui scappò nelle campagne e ingaggiò un conflitto a fuoco. Lo disarmammo". Per D'Angelo Johnny lo zingaro "era un criminale serio, fuori dalle righe, abbastanza impulsivo, sapevo che era ancora in carcere...".

I PRECEDENTI - Giuseppe Mastini, alias Johnny lo Zingaro, è recidivo in quanto a fughe. Nel giugno del 2017 approfittò del lavoro esterno per non ripresentarsi alla scuola di polizia penitenziaria di Cairo Montenotte, nel savonese, dove era stato assegnato dal tribunale di sorveglianza. Condannato all'ergastolo, Mastini dal 1989 scontava la pena nel penitenziario di Fossano ed è da qui che tre anni si muoveva per arrivare a Cairo Montenotte, dove svolgeva alcuni lavori di manutenzione.

LA POLEMICA SUI PERMESSI PREMIO - L'evasione dal carcere di Sassari di Giuseppe Mastini è la dimostrazione che va cambiata la normativa sui permessi. Ne è convinto Vincenzo Chianese, segretario generale del sindacato Equilibrio Sicurezza-Polizia. "Autore di numerose rapine a mano armata - dice Chianese in una nota - condannato per due omicidi, tra cui quello dell'agente Michele Giraldi, oggi Giuseppe Mastini, detto 'Johnny lo Zingaro' perché biondo e di etnia sinti, ancora una volta non è rientrato da un permesso premio. Eppure questo ergastolano durante un permesso premio nel 2014 si era già reso responsabile di irregolarità e nel 2017 aveva fatto esattamente la stessa cosa, rendendosi latitante dopo un altro permesso premio per omessa presentazione presso il carcere di Fossano, per essere poi catturato quasi un mese dopo". "La normativa che consente di uscire dal carcere anche a persone che palesemente non dovrebbero poter circolare va assolutamente cambiata e non solo per evitare che i familiari delle vittime ogni volta che accadono certe cose avvertono di nuovo lo stesso dolore, ma anche perché la sensazione di impunità che c’è nel nostro Paese mina profondamente la credibilità dello Stato", conclude Chianese.

Della stessa idea anche il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.Pp. Aldo Di Giacomo. "Il caso dell'evasione di Johnny Lo Zingaro mette in evidenza di come il sistema delle premialità per i detenuti vada urgentemente rivisto. Fa specie che un detenuto condannato all'ergastolo per due omicidi, tra cui quello di un poliziotto, e per numerose rapine a mano armata e precedentemente evaso da un permesso premio nel 2014 e nuovamente nel 2017, gli possa essere concesso di evadere ancora per la terza volta". "Il voler rieducare a tutti i costi evidentemente non paga - dice Di Giacomo - e si mette i detenuti nella condizione di prendersi gioco dello Stato e dei familiari delle vittime. Il tasso di recidiva, di chi evade o commette reati duranti i permessi premio o le diverse premialità, è negli ultimi anni raddoppiato. Questo rende ancora più sconcertante la volontà di ampliamento di detti permessi anche per i detenuti di alta sicurezza che non collaborano con la giustizia". Per Di Giacomo, "gli ultimi anni hanno segnato un momento di eccesso di permessivismo per i detenuti ristretti nelle carceri italiane; ad esempio: i 4000 mila detenuti di alta sicurezza che per norma e disposizione del D.A.P. dovrebbero scontare la pena con un sistema di celle chiuse e, invece, usufruiscono di un sistema di celle aperte con il benestare di tutti. Per non parlare dell’introduzione di norme, come quelle che hanno visto uscire 500 detenuti, tra quelli dell'alta sicurezza e del 41bis, a causa del Covid-19. Norme queste che sembrano scritte più da capi mafia che da esponenti di governo". "È innegabile - prosegue il segretario generale dell'S.PP. - che le devastazioni, i morti e le evasioni di massa del mese di marzo siano figlie di questo permessivismo e di un'assoluta incapacità di gestione delle carceri, ma soprattutto dalla mancata introduzione di norme che impedissero alle mafie di avere il pieno controllo degli istituti penitenziari. Non è un caso che in carcere ci siano centinaia di telefoni che consentano ai detenuti di gestire e riorganizzare i traffici nei propri territori; infatti, non è previsto un reato per chi introduce, cerca di introdurre o utilizza telefonini all'interno degli istituti di pena come nessuna pena reale sia inflitta a chi introduce e spaccia droga all'interno delle carceri. Volendo ricordare che tale traffico ha raggiunto guadagni con cifre da capo giro, si parla di oltre di cinque milioni di euro". "Appare evidente che serve un'inversione di marcia cominciando innanzi tutto da una profonda revisione del sistema dei permessi premio che impedisca il verificarsi di episodi come quello di oggi ma soprattutto un cambio di mentalità che consenta la certezza della pena e che ridia allo Stato quella credibilità che oramai ha perso, ma ancor di più dignità alle vittime ed ai loro familiari".

SAPPE - Casi come l'evasione dal carcere di Sassari di Giuseppe Mastini, conosciuto come 'Johnny lo zingaro', sono tra le "conseguenze alle quali si va incontro con lo smantellamento delle politiche di sicurezza dei penitenziari e delle carenze di organico della polizia penitenziaria, che ha 7mila agenti in meno. Quel che accade ogni giorno nelle carceri del Paese ci preoccupa". Ad affermarlo in una nota Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Verrebbe da porsi l'interrogativo: ma i permessi premio vengono concessi previa preventiva adeguata valutazione del soggetto da parte di chi è preposto a tale compito? Viene davvero valutata la pericolosità del soggetto, l'appartenenza, i contatti che lo stesso ha con ambienti malavitosi?", continua Capece. "È necessario operare una decisa inversione di rotta nella concessione dei permessi premio a taluni soggetti detenuti - aggiunge -; occorre una stretta, in termini di rigidità, soprattutto nei confronti di quei soggetti che si sono macchiati di reati di grave pericolosità sociale. A nostro avviso, occorre un urgente tavolo tecnico di tutti gli attori in causa, magistratura, autorità penitenziarie, polizia penitenziaria per mettere in campo, con la competenza e il contributo di tutti, una strategia comune, capace di rispondere in maniera più incisiva alle esigenze di sicurezza delle strutture e anche del territorio, dal momento che taluni detenuti che non rientrano dal permesso, di sicuro rientrano nel loro territorio a delinquere. E questo, per una società civile, non è ammissibile, tollerabile". "Le nostre denunce rimangono senza risposte ed adeguati provvedimenti. Gli agenti di polizia penitenziaria devono andare al lavoro con la garanzia di non essere insultati, offesi o – peggio – aggrediti da una parte di popolazione detenuta che non ha alcun ritegno ad alterare in ogni modo la sicurezza e l’ordine interno. Non dimentichiamo che contiamo ogni giorno gravi eventi critici nelle carceri italiane, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati dall’amministrazione penitenziaria. E sarebbe davvero il caso di pensare di affidare al corpo di polizia penitenziaria il controllo dei soggetti detenuti ammessi a misure alternative, area penale esterna, permessi premio".

MESINA LATITANTE IN SARDEGNA DA DUE MESI - Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, non è il solo ergastolano ricercato dalle forze dell'ordine in Sardegna. Da oltre due mesi, infatti, proseguono ininterrottamente le ricerche di Graziano Mesina, l'ex primula rossa del banditismo sardo. L'orgolese, 78 anni, ha fatto perdere le proprie tracce dalla sera del 2 luglio, non appena avuta la notizia della conferma in Cassazione della condanna a 30 anni per traffico internazionale di droga. Orgosolo, il paese del nuorese dove Mesina viveva fino al giorno della fuga e dove risiedono ancora oggi i familiari, è stato assediato per settimane da forze dell'ordine e media. Ogni pista è stata battuta, anche quelle che lo davano espatriato in Corsica o in Tunisia. Ma finora nessuna traccia di Grazianeddu. E ora per le Forze di Polizia sono due i ricercati 'illustri' per cui battere palmo a palmo la Sardegna.



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