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Caos Procure, Di Matteo: "Non abbiamo avuto forza di ribellarci e denunciare"

CRONACA
Caos Procure, Di Matteo: Non abbiamo avuto forza di ribellarci e denunciare

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"Quello che è emerso negli ultimi mesi non ci deve sorprendere e mi riferisco a noi magistrati. Noi eravamo in grado di capire quale malattia si stava sviluppando nei meccanismi dell’auto governo ma non abbiamo avuto la forza di ribellarci e di denunciare". E la denuncia del consigliere del Csm Antonino Di Matteo intervenuto a un convegno sulla giustizia a Palermo. Di Matteo fa riferimento al caso Palamara. "E oggi paghiamo a caro prezzo quella assuefazione a un sistema", dice.


"I fatti che emergono dalle recenti inchieste penali e disciplinari - ha detto Di Matteo - evidenziano come quei soggetti, di cui vengono conosciute le interlocuzioni con le intercettazioni, stavano dalla parte di chi voleva, insieme a parti importanti delle istituzioni, sbarrare la strada a chi veniva considerato ‘cane sciolto’, quei magistrati considerati non controllabili". "In questa guerra, chiamiamola così, spesso purtroppo l’avvocatura spesso si è schierata dalla parte sbagliata, dalla parte del potere, di coloro che attaccavano i magistrati liberi e intelligenti", ha aggiunto.

"Tranne rarissimi casi - ha poi spiegato -, non è stata la magistratura a invadere il campo della politica, ma è stata la politica ad abbandonare il campo che doveva esserle proprio, ad esempio nella lotta ai sistemi mafiosi e corruttivi. E stata la politica a tirarsi indietro". E "in questa ‘guerra’ tra magistratura e politica spesso, purtroppo, l’avvocatura si è schierata dalla parte sbagliata, dalla parte del potere, di coloro che attaccavano i magistrati liberi e intelligenti". Poi, il magistrato ribadisce però di "nutrire profondo e sincero rispetto per il ruolo dell’avvocatura" e "ho sempre nutrito la speranza che l’avvocatura non si faccia mai strumentalizzare per assumere la forma di un ariete contro la magistratura".

"Quando io parlavo di ‘metodi mafiosi’, di cui mi assumo convintamente la paternità, io dissi che il metodo dell’appartenenza era un metodo nelle logiche dell’agire mafioso. Lo dico e lo confermo", ha sottolineato Di Matteo, che nei mesi scorsi aveva detto che "privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all'applicazione del metodo mafioso".

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Per quanto riguarda la riforma sulla Giustizia targata Bonafede "ha più ombre che luci", "a me non sembra una buona riforma", continua il consigliere del Csm che attacca la riforma del Guardasigilli. "Nella sostanza, a me sembra che voglia prevalere l’intento demagogico - dice - cioè, di volere dimostrare all’opinione pubblica di volere porre fine alle degenerazioni del Csm di parte della magistratura. Ma è un intento demagogico". "Anche la riforma elettorale così come concepita finirà con il favorire proprio le correnti più radicate", dice.

Nella riforma Bonafede, continua Di Matteo, "si parla in termini propagandistici di riforma ‘spazzacorrenti’ ma la realtà è un’altra. Non è una buona riforma". "Poi, però - aggiunge il magistrato- ci sono alcune previsioni che vanno in una direzione condivisibile".

"L'eventuale permanenza del consigliere Davigo al Csm? Non posso dire niente - spiega quindi Di Matteo -, perché probabilmente me ne occuperò, però posso certamente affermare che, così come per ogni altra pratica, agirò secondo scienza e coscienza e senza tenere in alcun conto appartenenze e simpatie, condivisioni o meno dell’amministrazione della giustizia". Da mesi si è aperta una polemica sulla possibilità che il magistrato, anche andando in pensione, possa lo stesso restare nel Csm. Davigo, che è presidente della seconda sezione penale della Cassazione e fondatore e leader della corrente Autonomia e Indipendenza andrà in pensione il 20 ottobre prossimo, dopo 42 anni di servizio. Attualmente fa parte della sezione disciplinare che dovrà giudicare sullo scandalo delle correnti nelle toghe che vede imputati, davanti al Csm, Luca Palamara, leader della corrente Unicost e altri magistrati a lui legati.



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