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Vaticano, doppia indagine Gdf su Sloane Avenue e riciclaggio: Mincione indagato

CRONACA
Vaticano, doppia indagine Gdf su Sloane Avenue e riciclaggio: Mincione indagato

Foto Fotogramma

Doppia indagine della Guardia di finanza sugli affari vaticani. Il finanziere Raffaele Mincione, già indagato in Vaticano nell'inchiesta sul palazzo di Sloane Avenue a Londra con il broker Gianluigi Torzi e alcuni esponenti della Santa Sede, è infatti indagato anche in un'inchiesta della Dda capitolina per riciclaggio di cui è titolare Maria Teresa Gerace - la stessa pm che si sta occupando delle rogatorie partite già diversi mesi fa dal Vaticano su impulso del promotore di Giustizia Gian Piero Milano e dell'aggiunto Alessandro Diddi - e in entrambi i casi la delega alle indagini è stata affidata alle fiamme gialle.


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Nell'indagine vaticana Mincione è indagato con monsignor Alberto Perlasca e Fabrizio Tirabassi, responsabili dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato Vaticana, e con Gian Luigi Torzi in relazione all’investimento di 454 milioni di euro derivanti dalle donazioni dell’Obolo di San Pietro, nella disponibilità della Segreteria di Stato e da questa possedute con vincolo di scopo per il sostegno delle attività con fini religiosi e caritatevoli del Papa.

In particolare, ai 4 viene contestato dalla procura di Oltretevere di avere consentito a Mincione, di appropriarsi di parte della liquidità versata nel fondo Athena Capital Global Opportunities Fund (da lui gestito attraverso Athena Capital Fund Sicav) per un totale di oltre 200 milioni. Secondo gli accertamenti della procura, al settembre 2018 le quote avevano già perso oltre 18 milioni di euro rispetto all’investimento iniziale ma nuovi documenti farebbero quantificare la cifra in un importo ben più consistente: una enorme voragine nei conti dello Stato, secondo l’inchiesta.

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Da qui tutta la vicenda che porterà all'arresto, nel giugno scorso, del broker molisano Torzi: il Vaticano, nel tentativo di contenere le perdite dell’investimento nel Fondo Athena che faceva capo a Mincione (come detto, almeno 18 milioni di euro a settembre 2018), aveva deciso di risolvere i rapporti con quest’ultimo, operazione per la quale si era fatta assistere dall’avvocato dello studio Ernst & Young Manuele Intendente, presentato a Tirabassi, secondo la ricostruzione degli investigatori vaticani, dal rettore vicario dell’Università Guglielmo Marconi, Renato Giovannini.

La strategia di uscita dal fondo che faceva capo a Mincione sarebbe stata concordata in un’operazione che prevedeva da un lato che la Segreteria di Stato Vaticana rilevasse l’immobile di Londra e dall’altro che la stessa Segreteria versasse a Mincione 40 milioni di euro a titolo di conguaglio.

Per ragioni che risultano ancora tutte da chiarire secondo la procura vaticana, però, la Segreteria di Stato, che in quei frangenti sarebbe stata rappresentata da Tirabassi e Crasso (che, secondo gli investigatori, però, “agirono senza alcun potere”) avrebbe deciso di triangolare l’acquisizione dell’immobile di Londra attraverso la Gutt Sa di Torzi.

E’ a questo punto che, secondo gli inquirenti, si potrebbe essere configurata la truffa: Torzi infatti avrebbe venduto 30mila azioni della società al Vaticano al prezzo simbolico di un euro, ma solo dopo aver modificato il capitale sociale introducendo accanto alle 30mila azioni senza diritto di voto 1.000 azioni con diritto di voto che avrebbe trattenuto per sé. Quindi, sfruttando il diritto di voto che le azioni gli concedevano, sarebbe riuscito, al termine di un’estenuante e drammatica trattativa, a farsi corrispondere 15 milioni di euro, in due tranche, una da 10 e una da 5 milioni, ad altre due società a lui riconducibili, la Sunset Enterprise Ltd e la Lighthouse Group Investments Unlimited a fronte di fatture false. Ascoltato a più riprese dagli inquirenti vaticani durante la sua detenzione in Vaticano, Torzi tuttavia avrebbe smentito, anche con il supporto di documenti consegnati all'ufficio del promotore di giustizia, che la Segreteria di Stato non sapesse nulla delle azioni residue.

La trattativa, come si diceva, sarebbe stata lunga e drammatica: a novembre 2018 la Segreteria di Stato avrebbe dovuto già conseguire la piena disponibilità dell’immobile di Londra, e invece, a far data da dicembre 2018, si sarebbero cominciate a registrare una serie di interlocuzioni con Torzi per cercare di indurlo a restituire le quote della catena di società che detiene il palazzo in Gb.

“Torzi, a partire dal dicembre 2018, cominciò ad avanzare richieste economiche del tutto ingiustificate e sproporzionate per girare le quote della Gutt Sa o, comunque, della catena di società che deteneva l’immobile di Londra”, si legge nel mandato di cattura che portò all’arresto del rider, e nel quale gli inquirenti ipotizzavano un'estorsione nei confronti della segreteria di Stato messa in atto da Torzi, in concorso con Crasso, Tirabassi, mons. Mauro Carlino, l'ex segretario di mons. Angelo Becciu, che - quando già Becciu aveva lasciato il ruolo da Sostituto agli Affari generali, sostituito da mons. Edgar Pena Parra - fu uno degli 'emissari' della Segreteria di Stato nella trattativa con l’imprenditore. La Segreteria di Stato Vaticana, sottoposta a grande pressione, era “ormai in balia” delle richieste di Torzi, si legge nel mandato di cattura.



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