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Elezioni di midterm, il Gop verso la vittoria: i nuovi leader che sognano un 'Senato di lotta'

Per i repubblicani il successo elettorale potrebbe potrebbe dare un'accelerazione drammatica alla guerra interna, politica e generazionale, tra la generazione emergente dei leader del Tea Party e l'establishment più moderato

ESTERI
Elezioni di midterm, il Gop verso la vittoria: i nuovi leader che sognano un 'Senato di lotta'

(Foto Xinhua)

E' un Senato di lotta, ultraconservatore e sempre pronto allo scontro con l'amministrazione Obama, come è stata la Camera dei rappresentanti in questi ultimi quattro anni, quello che sognano i nuovi leader repubblicani che potranno uscire vincitori domani. Se i sondaggi non verranno sconfessati dai risultati effettivi delle urne, alle elezioni di midterm di domani infatti i repubblicani potranno conquistare il controllo del Senato, e quindi dell'intero Congresso, costringendo così il già indebolito Barack Obama a concludere il suo secondo mandato nella scomoda posizione di anatra zoppa.


La vittoria elettorale però potrebbe non essere tutta rose e fiori in casa repubblicana, perché potrebbe dare un'accelerazione drammatica alla guerra interna, politica e generazionale, tra la generazione emergente dei leader del Tea Party e l'establishment più moderato. Tanto che Ted Cruz, l'animato senatore del Texas esponente di punta di questo drappello, nei giorni scorsi non ha fatto mistero di non essere così pronto a sostenere come leader della maggioranza Mitch McConnell, che, se supererà la battaglia per la rielezione nel suo Kansas, è il candidato naturale all'incarico essendo ora il leader della minoranza. Il 44enne figlio di un immigrato cubano, arrivato al Senato nel 2012 sulla scia dei successi del Tea Party, in queste settimane ha sfruttato tutte le occasioni possibili per indicare quale direzione, secondo lui, un Senato a maggioranza repubblicana dovrebbe intraprendere.

In un articolo pubblicato su Usa Today ha stilato una lista di 10 priorità, tra le quali una riforma fiscale che riduca, con l'introduzione della flat tax, il peso sui redditi più alti, un giro di vite contro l'ingresso di immigrati senza documenti, l'approvazione del piano, bloccato dai democratici, per la costruzione dell'oleodotto XL, a cui si oppongono gli ambientalisti. Inoltre Cruz, diventato famoso per il suo 'filibuster', ostruzionismo ad oltranza di 21 ore, nel tentativo di bloccare l'entrata in vigore l'Obamacare sogna un Senato che riapra la madre di tutte le battaglie conservatrici contro l'odiata riforma sanitaria.

Cruz pensa anche ad audizioni, e magari vere e proprie inchieste, sul presidente Obama per "indagare sull'abuso del potere esecutivo e delle regolamentazioni, della mancanza di rispetto della legge che pervade questa amministrazione", ha detto in un'intervista al Washington Post. L'attivisimo di Cruz - da settimane impegnato a fare campagna elettorale anche per candidati che hanno sconfitto suoi alleati del Tea Party alla primarie, con l'obiettivo quindi poter contare su potenziali nuovi alleati - va anche letto nell'ambito delle aspirazioni presidenziali che il politico texano sembra nutrire in vista della battaglia per la nomination repubblicana del 2016.

Aspirazioni che condivide con altri repubblicani arrivati al Senato con la 'rivoluzione del Tea Party', come Rand Paul, 51enne figlio del libertarian Ron Paul, eletto quattro anni fa al Senato. "Penso che abbiamo il vento in poppa, credo che la gente sia pronta per una nuova leadership", ha detto parlando alla Cnn della vittoria "ormai quasi certa" dei repubblicani al Senato, Paul che, a differenza di Cruz, da tempo ha intrapreso un percorso verso posizioni meno estremiste, o settarie, tanto che nei mesi scorsi il Washington Post scriveva che forse è arrivato il momento di smettere di definire "il più interessante, al momento, uomo del partito repubblicano come un esponente del Tea Party".

Pur mantenendo le posizioni conservatrici in materia di politica fiscale, che sono il vero comune denominatore delle diverse anime del Tea Party, Paul negli ultimi mesi si è dimostrato molto più aperto e disponibile ai negoziati, ed i compromessi, che sono lo spirito della politica americana, soprattutto al Senato. Ma la mossa più interessante è stata forse il suo impegno a superare quella che ha definito "la barriera tra afroamericani e repubblicani", un segnale importante della serietà delle sue intenzioni in vista delle presidenziali del 2016 che i repubblicani non possono sognare di vincere se non conquistano il voto delle minoranze.

E anche tra le file dei repubblicani alla Camera, dove la componente del Tea Party - che potrebbe uscire rafforzata dalle elezioni di domani - in questi anni ha dato filo da torcere al leader John Boehner, c'è anche però chi è molto scettico del progetto di Cruz di estremizzare anche il Senato, ricordando come furono quelli come lui che trascinarono quasi il paese in default. "E' veramente l'ultimo che dovremmo ascoltare, un anno fa ha portato i repubblicani nel baratro" ha detto Peter King, repubblicano eletto a New York e quindi moderato, già presidente della Commissione per la Sicurezza Interna, che negli anni scorsi si è distinto per l'inchiesta sul rischio di radicalizzazione degli islamici americani.

Insomma, forse a casa repubblicana ai festeggiamenti farà seguito una resa dei conti tra l'anima di lotta, il Tea Party, e di governo del partito. Intanto gli attuali leader, Boehner alla Camera e McConnell al Senato, non si sono voluti sbilanciare sulla linea programmatica che intendono seguire. "Non è mai una buona idea dire agli avversari quali saranno le nostre prime mosse", ha cautamente affermato il senatore repubblicano.

Ma Kevin McCharty, numero due repubblicano alla Camera, non avrebbe esitato, in una riunione a porte chiuse nei giorni scorsi, a dire che "se non vinciamo alla Camera e al Senato, e proviamo di saper governare, non ci sarà un presidente repubblicano nel 2016". Insomma, un campanello d'allarme riguardo al rischio di continuare la politica che negli ultimi quattro anni di controllo repubblicano alla Camera non ha praticamente portato all'approvazione di nessun progetto di legge, forse perché molti sembravano poco interessati a farlo.



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