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Una lavagna, uno scienziato e tanti caffè per l'accordo con l'Iran sul nucleare

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Una lavagna, uno scienziato e tanti caffè per l'accordo con l'Iran sul nucleare

John Kerry e Wendy Sherman nel giardino dell' hotel Beau Rivage.

Una lavagna, uno scienziato e tantissimi caffè per le notti insonni. Anche questi sono stati elementi importanti per trovare i compromessi necessari a raggiungere l'accordo preliminare sul nucleare iraniano fra le delegazioni riunite all'hotel Beau rivage di Losanna. La lavagna, racconta oggi il New York Times, è stata "una brillante soluzione low-tech" per mettere per iscritto, sia in inglese che in persiano, i punti sui quali si raggiungeva via, via l'accordo senza renderli troppo formali.


Il sottosegretario di Stato per gli affari politici Wendy Sherman, capo del team di negoziatori statunitensi, non si separava mai dalla lavagna, che permetteva di fissare i punti senza scriverli su documenti cartacei. In tal modo gli iraniani non dovevano rimandare in patria degli atti che rischiavano di essere cassati dai conservatori. Centrale è stato anche il ruolo del segretario americano all'Energia Ernest Moniz, uno dei principali scienziati nucleari del paese. Il presidente americano Barack Obama lo ha inviato a Losanna, quando gli iraniani hanno mandato il loro ministro per l'energia atomica. Insieme i due hanno affrontato le questioni "come un problema scientifico".

Obama aveva studiato con attenzione molti dei dettagli tecnici, ma la presenza di Monitz è stata cruciale per raggiungere le intese. Quando gli iraniani hanno insistito per mantenere delle centrifughe nell'impianto di Fordo, Obama ha dato il via libera dopo aver ricevuto assicurazioni da Monitz che l'impianto non poteva in ogni caso rappresentare una minaccia dato che l'intesa prevedeva di ritirare tutto il materiale fissile. Il mantenimento di mille centrifughe appariva dunque una questione di orgoglio nazionale per gli iraniani. Analogamente Monitz ha anche rassicurato Obama sulle intese per il reattore ad acqua pesante di Arak.

L'amministrazione Obama era partita dalla considerazione che rifiutare di negoziare fin tanto che erano in funzione le centrifughe negli impianti nucleari iraniani, come aveva fatto George Bush, si stava rivelando inutile. Nel 2003 l'Iran ne aveva poche centinaia, mentre ormai sono 19mila. Così come chiedere lo smantellamento di tutti gli impianti significava uccidere il negoziato prima di averlo iniziato.

Quanto all'opzione militare, gli scienziati iraniani avrebbero potuto ricostruire tutto in pochi anni. Bisognava dunque trovare un compromesso che desse garanzie di sicurezza e potesse salvare la faccia agli iraniani. A questo si è lavorato e negli ultimi otto giorni si sono susseguite notti insonni di negoziato con le macchinette per il caffè continuamente in funzione.

Gli iraniani sapevano bene che la scadenza del 31 marzo importava molto di più al segretario di Stato John Kerry, ansioso di mostrare risultati ai suoi oppositori al Congresso. Ed è stato forse per fare pressione sul negoziatori della Repubblica islamica, che lo staff di Kerry ha caricato (e poi scaricato) per ben tre volte le valige sull'aereo.

E alla fine, quando è stata raggiunta l'intesa preliminare, gli iraniani non hanno voluto che fosse resa nota una lista concordata dei punti di accordo. Per salvare il compromesso è stato stabilito che ogni parte avrebbe presentato l'intesa, a patto di non contraddirsi. Così Kerry ha sottolineato tutte le limitazioni che verranno imposte a Teheran, mentre il suo collega iraniano Mohammad Javad Zarif ha rimarcato che rimarranno delle centrifughe, continuerà la ricerca e gli impianti d Arak e Fordo rimarranno in funzione.



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