Cerca
Home . Fatti . Esteri .

'Swing States", un pugno di Stati decide il duello per la Casa Bianca

ESTERI
'Swing States, un pugno di Stati decide il duello per la Casa Bianca

(Afp)

'Battleground states', 'swing states', 'toss up states'. Sono diverse le formule coniate dal linguaggio della politica e dei media americani negli ultimi decenni, ma il concetto è uno solo: ogni quattro anni, dopo una lunghissima campagna elettorale, alla fine è un gruppo ristretto di stati, a volte appena un pugno, a decidere le sorti del duello per la Casa Bianca.


Si tratta di stati che per storia, posizione geografica, demografia, flussi migratori non hanno un colore sicuro nella mappa elettorale, al contrario, per esempio, dei decisamente rossi (repubblicani) Texas o Oklahoma, o decisamente blu (democratici) come California o New York. E quindi oscillano in bilico tra un partito e all'altro ad ogni elezione, diventando così il principale terreno di scontro tra i due contendenti - da qui i diversi nomi con cui vengono indicato - dove il candidato vincente si aggiudica i i voti elettorali decisivi per la Casa Bianca in duelli testa a testa.

Nelle ultime tornate elettorali sono 10 gli stati che vengono indicati come swing states: Ohio (18 voti elettorali), Florida (29 voti elettorali), North Carolina (15 voti elettorali), Pennsylvania (20), Colorado (9), Nevada (6), Iowa (6), New Hampshire (4), Virginia (13), Arizona (11).

In realtà, secondo alcuni analisti il gruppo che potrà essere decisivo martedì è ancora più ristretto: "Nessuno è stato eletto presidente dal 1960 senza vincere due dei tre stati chiave, Florida, Ohio e Pennsylvania. E quest'anno la North Carolina è stata aggiunta al gruppo e in tutti e quattro stati i candidati appaiono in questi giorni finali impegnati in un testa a testa", ha dichiarato Peter A. Brown, vice direttore del Quinnipiac University Poll, a commento dell'ultimo sondaggio sui toss up states.

In particolare, si guarda alla Florida dove si teme, in una replica del copione delle elezioni del 2000, il famigerato "too close to call", cioè che nella notte dell'Election Day lo spoglio si chiuda senza un effettivo vincitore perché lo scarto tra Donald Trump ed Hillary Clinton sarà così minimo da essere irrilevante. E la stessa situazione si teme in North Carolina, uno degli stati chiave da quando Barack Obama ha vinto nel 2008 e il 2012, come in Virginia, grazie soprattutto al sostegno degli afroamericani.

Ed il racial divide, in una campagna elettorale in cui il candidato repubblicano si è affermato con un messaggio fortemente xenofobo ed anti-immigrati, ha un ruolo centrale anche in Florida, dove il consistente elettorato ispanico è schierato con Clinton. Secondo un ultimo sondaggio Univision infatti, la democratica ha 30 punti di vantaggio su Trump tra gli ispanici della Florida, una percentuale che sale ancora più vertiginosamente se si considerano solo i portoricani: il 71% per Hillary e il 19% per Donald. Mentre Trump è forte nel nord rurale e bianco dello stato.

In generale, comunque, i sondaggi sugli stati in bilico delle ultime ore indicano tutti una netta ripresa di Trump in questi ultimi giorni, probabilmente per effetto dell'October surprise dell'Fbi che ha rimesso Clinton sotto inchiesta. Trump appare ora in testa in Nevada ed Arizona, dove fino alla scorsa settimana Clinton sperava in una vittoria, e viene dato in testa anche in Ohio.

Clinton è in vantaggio nella cruciale Pennsylvania, dove però Trump è all'attacco come conferma il comizio della notte scorsa di Melania, ma, a sorpresa, l'attenzione di analisti e commentatori in questi ultimi giorni si concentra sul piccolo New Hampshire. Fino all'annuncio del direttore dell'Fbi di una settimana fa infatti, Clinton veniva data vincente nello stato in cui i democratici hanno sempre vinto nelle tre ultime presidenziali.

Ma negli ultimi giorni i sondaggi hanno mostrato una netta rimonta di Trump, che ora sarebbe anche avanti di un punto. I pollster, come il famoso Nate Silver, sottolineano come dal Granite State potrebbe venire arrivare un primo allarmante segnale di cedimento "dell'electoral firewall" di Clinton. E non è un caso che in questo weekend i due candidati si siano affrettati ad organizzare i comizi finale a Manchester, ed anche il presidente Barack Obama volerà nello stato del nordest per fare campagna per Clinton.

Il piccolo stato ha solo quattro voti elettorali, ma potrebbero giocare un ruolo importante in un duello alla Casa Bianca all'ultimo voto. Il sito di Real Clear Politics infatti ipotizza che, anche nel caso di vittoria in North Carolina, Florida, Arizona, Nevada ed Utah, Clinton avrebbe sempre 273 voti contro i 265 di Trump. Ed in questo caso i quattro voti del New Hampshire sarebbero cruciali: in caso di vittoria di Trump, vi sarebbe la parità 269 a 269.

Perché in questa vigilia elettorale una cosa appare, salvo ulteriori 'surprise', appare certa: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà deciso in una battaglia all'ultimo voto elettorale e non, come Clinton pensava di poter ottenere prima dell'esplosione del nuovo Mailgate, con una vittoria a valanga come è successo con Barack Obama (365 nel 2008 e 332 nel 2012).

Larry Sabato, direttore del Center for Politics dell'Università della Virginia, pollster vicino ai democratici, ha previsto la vittoria di Clinton con 293 voti, sommando i 272 voti elettorali "molto sicuri o probabili", a cui se ne aggiungono altri 21 che tendono verso i democratici in Nevada e Carolina del Nord. Il numero magico per vincere la Casa Bianca è 270, e nelle scorse settimane Sabato aveva detto che Clinton avrebbe potuto vincerla con 350.



RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Adnkronos.