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Kim in lacrime

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Kim in lacrime

AFP PHOTO / Jung Yeon-je

In tv spunta Kim Jong-Un in lacrime e il mondo, a partire dalla Corea del Nord, si interroga. In attesa di capire se il leader incontrerà Donald Trump il 12 giugno a Singapore, il quotidiano giapponese 'Asahi Shimbun' accende i riflettori su un documentario confezionato da Pyongyang per un'audience specifica, i funzionari di partito chiamati ad occupare ruoli di responsabilità anche all'interno di imprese statali.


Nel video, Kim viene immortalato mentre scruta l'orizzonte in una imprecisata località costiera. Il dettaglio più rilevante è costituito dalle lacrime che scendono lungo le sue guance. Il quotidiano giapponese, grazie anche al contributo di un cittadino nordcoreano fuggito in Corea del Sud, propone la spiegazione fornita dalla voce narrante nel documentario: Kim piange perché le riforme varate non rianimano l'economia nordcoreana.

Il filmato, secondo il giornale nipponico, è venuto alla ribalta ad aprile ed è stato mostrato principalmente a funzionari locali del Partito dei Lavoratori. L'immagine di un leader vulnerabile, per certi versi debole e fragile, risponde ad una scelta precisa.

LE LACRIME - Le lacrime di Kim, è la prima analisi proposta dagli osservatori, servono da monito e da stimolo per ogni subordinato: se il leader è addolorato, significa che bisogna moltiplicare gli sforzi e lavorare ancora di più. E' inevitabile, però, inserire il video nell'attuale contesto internazionale.

Dopo aver definito l'arsenale nucleare come ''la spada che protegge il popolo", Kim appare disposto a sedersi al tavolo con Donald Trump per discutere - in termini tutti da vedere - la denuclearizzazione del Paese. Una Corea del Nord fiaccata dalle sanzioni, lascerebbero intendere le lacrime di Kim, è disposta a rinunciare - in misura e tempi da stabilire - al proprio arsenale e al proprio orgoglio pur di ottenere assistenza e aiuti.

LA NUOVA LINEA - Il video anticiperebbe l'imminente cambiamento della linea di Pyongyang e costituirebbe un segnale 'soft' per l'élite del partito: toccherebbe agli alti funzionari, la cui fedeltà a Kim non appare in discussione, trasmettere poi il messaggio ai ranghi più bassi, ancora saldamente legati all'immagine - già in parte superata - di un Paese che grazie all'arsenale nucleare può contrastare il 'male' rappresentato dagli Stati Uniti.



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