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Brexit, cosa succede ora?

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Brexit, cosa succede ora?

(Foto Afp)

Il voto di ieri sera a Westminster ha impresso un'altra svolta alla Brexit. Dopo aver respinto a larga maggioranza lo scorso 15 gennaio l'accordo già negoziato da Theresa May con l'Unione europea, la Camera dei Comuni ha approvato due emendamenti che indicano alla premier quale strada seguire nel difficile cammino che dovrebbe portare il Regno Unito fuori dalla Ue il prossimo 29 marzo.
Il primo, non vincolante, chiede di scongiurare lo scenario 'no deal'. Il secondo, appoggiato dalla stessa May e ben più impegnativo, vincola la ratifica dell'accordo alla cancellazione della clausola del cosiddetto 'backstop', il meccanismo ideato per mantenere aperto il confine nordirlandese, nel caso Londra e Bruxelles non siano in grado di negoziare un nuovo accordo commerciale complessivo nel periodo di transizione post Brexit.
I margini di manovra per la premier May appaiono al momento ristrettissimi. Alcuni leader europei in ordine sparso, ma soprattutto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno in queste ore ribadito che l'accordo concluso a novembre non è rinegoziabile e che non accetteranno altri meccanismo in sostituzione del backstop. Quali scenari si aprono?


Il primo passo che la premier britannica compirà, sarà quello di TORNARE A BRUXELLES per tentare di ottenere delle sostanziali modifiche al backstop. Sia che la Ue acconsenta a rimettere mano all'accordo, sia che rifiuti, il passo successivo per la May sarà di tornare ai Comuni per un nuovo voto. Nel caso si tratti di un accordo modificato, resterà da vedere se il nuovo testo raccoglierà la maggioranza. Nel caso all'attenzione dei Comuni venga sottoposto lo stesso testo già bocciato il 15 gennaio, ci si troverebbe di fronte a una potenziale crisi istituzionale. Secondo la prassi, al Parlamento non può essere chiesto di votare due volte lo stesso testo nell'ambito della stessa sessione. Tuttavia, questa regola non verrebbe applicata nel caso si verificasse che la volontà del Parlamento è cambiata. Inoltre, lo speaker John Bercow potrebbe decidere di consentire comunque un nuovo dibattito su un testo già presentato in precedenza. Il secondo scenario possibile è quello che ieri sera, con una serie di emendamenti, tutti bocciati tranne uno (non vincolante però), si è cercato di scongiurare: il 'NO DEAL'. Se i Comuni non dovessero approvare l'accordo (identico o modificato) che il governo porterà in aula, si andrebbe automaticamente verso un'uscita dalla Ue senza accordo.

In base alla legislazione già approvata dopo il referendum del 2016, il Regno Unito uscirà dall'Unione europea alla mezzanotte (ora di Bruxelles) del 29 marzo. E' probabile che in questo caso il governo presenti una legge per fronteggiare l'emergenza e preparare il Paese al 'no deal', anche se la messa a punto dei piani per far fronte a questa possibilità procede gia da qualche mese, sia a Londra che nella altre capitali europee. Altro scenario, anche questo soggetto alla volontà della Ue, porterebbe il governo britannico a RINEGOZIARE COMPLETAMENTE L'ACCORDO PER LA BREXIT. Non solo modifiche al backstop, ma una vera e propria riscrittura del trattato che regola il divorzio tra Londra e Bruxelles. E' un esercizio che richiederà del tempo e che, presumibilmente, potrebbe spingere il governo britannico a chiedere una proroga dell'Articolo 50. La richiesta è soggetta all'approvazione dei leader Ue. Inoltre, andrebbe modificata la legislazione attuale, che indica al 29 marzo la data della Brexit. Se la Ue rifiutasse di concedere a Londra una proroga dell'Articolo 50, il governo britannico potrebbe allora decidere di indire un NUOVO REFERENDUM. Anche in questo caso, però i tempi ristrettissimi imporrebbero una proroga dell'Articolo 50, oltre che il varo di una legge per istituire una nuova consultazione elettorale, la scelta del quesito, l'organizzazione logistica del voto. Secondo gli esperti, tutti i passaggi necessari richiederebbero un minimo di 22 settimane, comunque ben oltre la scadenza del 29 marzo.

Il governo potrebbe invece scegliere, per uscire dallo stallo politico, di indire ELEZIONI ANTICIPATE. La premier non ha il potere di sciogliere il Parlamento, ma può chiedere ai Comuni di votare in questo senso. Secondo la legge, serve una maggioranza dei due terzi. Dovrebbero poi trascorrere almeno 25 giorni di tempo prima del voto, la cui data può essere scelta dal governo. Anche in questo caso, sarebbe comunque necessaria una proroga dell'Articolo 50. C'è poi la possibilità che il Partito laburista chieda ai Comuni un nuovo VOTO DI FIDUCIA. Se il governo dovesse perderlo, scatterebbe un conto alla rovescia di 14 giorni durante i quali lo stesso governo o una maggioranza alternativa potrebbero tentare di ottenere la fiducia dei Comuni. Nel caso questo non avvenisse, scatterebbero le elezioni anticipate, per le quali dovrebbero trascorrere almeno 25 giorni lavorativi. Infine, come altra ipotesi da prendere in considerazione, c'è la possibilità per il governo di Londra di REVOCARE UNILATERALMENTE L'ARTICOLO 50. Questo diritto è stato riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia e non necessita dell'approvazione degli altri stati Ue. Chiaramente, con il governo May più o meno saldamente impegnato per la Brexit, per arrivare a quest'ultimo scenario sarebbero necessari eventi clamorosi, come un nuovo referendum o un cambio di governo.



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