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Theresa May, da nuova 'Lady di ferro' alle dimissioni

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Theresa May, da nuova 'Lady di ferro' alle dimissioni

(Foto Afp)

Uscita vincitrice tra i tanti litiganti che ambivano alla poltrona di David Cameron, dimessosi dopo la sconfitta sulla Brexit, Theresa May in questi anni ha (quasi) sempre mantenuto due punti saldi: portare il Regno Unito fuori dalla Ue; no ad un secondo referendum. L'aver negato la seconda promessa, pur di realizzare la prima, le è stato fatale. E' stata questa la goccia che ha fatto definitivamente traboccare il vaso della rivolta interna al Partito conservatore, spaccato tra Brexiteers e Remainers, gli euroscettici e i pro Ue. I primi disposti anche ad un'uscita dalla Ue senza accordo, i secondi intenzionati a un 'divorzio soft'.


La stessa May durante la campagna referendaria del 2016 si era (timidamente) schierata per la permanenza nell'Unione europea. Nel suo ruolo di ministro dell'Interno, ebbe l'accortezza di esporsi assai meno dell'allora premier David Cameron e del cancelliere dello Scacchiere, George Osborne. Entrambi, bruciati dalla sconfitta, furono costretti ad una immediata uscita di scena. Il 30 giugno 2016 la May annunciò la sua candidatura alla leadership del partito, con l'intento di riunire i Conservatori verso l'obiettivo della Brexit. Il 13 luglio, due giorni dopo essere divenuta la nuova leader dei Tories, May venne nominata primo ministro dalla regina Elisabetta, seconda donna, dopo Margaret Thatcher, ad entrare a Downing Street. Furono immancabili, soprattutto sulla stampa internazionale, i richiami alla 'nuova Lady di Ferro'.

Da allora, il suo mantra è stato, "Brexit means Brexit", dicendosi anche disposta ad un'uscita dall'Unione europea senza un accordo. "No deal is better than a bad deal", un'altra frase ricorrente, poi ridimensionata dai fatti. Il 29 marzo del 2017, il Regno Unito invocò formalmente l'Articolo 50 del Trattato di Lisbona, avviando così il processo della Brexit. La data fissata per il divorzio con Bruxelles, il 29 marzo del 2019.

Nel mezzo, due anni di negoziati che hanno costretto il governo britannico a ridimensionare più volte le proprie ambizioni, di fronte alla volontà europea di non concedere sconti a Londra. Ad indebolire molto la posizione della May, la decisione di indire elezioni anticipate nel giugno del 2017, dalle quali i Conservatori uscirono senza una maggioranza parlamentare. Costretta a ricorrere ai voti dei nordirlandesi del Democratic Unionist Party (Dup), la May vide restringersi il suo margine di manovra parlamentare. Proprio la questione del confine irlandese e della clausola del 'backstop', si riveleranno fatali alla Camera dei Comuni.

Sopravvissuta a dicembre del 2018 al voto di sfiducia chiesto dall'ala euroscettica dei Tories, la May ha visto il suo accordo per la Brexit bocciato ben tre volte dal Parlamento. Alla fine, tenere unite le due anime dei Tories e accontentare l'intransigenza del Dup sulla questione irlandese si sono rivelati un compito impossibile. Incrollabile nella sua perseveranza, la May è riuscita comunque a guadagnare altro tempo, accettando l'umiliazione politica del rinvio della Brexit al 31 ottobre del 2019 pur di non costringere il Paese a un'uscita 'al buio' dall'Unione europea che rischierebbe di danneggiare in modo incalcolabile l'economia.

Non è servito nemmeno l'estremo tentativo di trovare un compromesso bipartisan con il Partito laburista di Jeremy Corbyn, per trovare i voti necessari a far approvare l'accordo sulla Brexit e la legislazione necessaria all'uscita dalla Ue. Chiusa la trattativa con un nulla di fatto, la May ha tentato un ultimo rilancio, con un "nuovo" piano per la Brexit, che comprendeva anche la possibilità di un nuovo referendum. A questo punto i Tories, scottati dalla pesante sconfitta nelle elezioni amministrative e spaventati dalla rinascita politica di Nigela Farage, alla guida del nuovo Brexit Party, hanno fatto calare definitivamente il sipario sulla sua leadership.



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