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Per l’anti Putin Khodorkovsky 5 minuti di applausi a Venezia

ESTERI
Per l’anti Putin Khodorkovsky 5 minuti di applausi a Venezia

Al centro Milkhail Khodorkovsky, a sinistra Alex Gibney

di Simona Poidomani


Cinque minuti di applausi hanno accolto 'Citizen K', presentato oggi, fuori concorso, al Lido di Venezia, presenti in Sala Grande, il regista Alex Gibney (premio Oscar nel 2008 per il miglior documentario con 'Taxi to the Dark Side') e il protagonista, Mikhail Khodorkovsky. Citizen K è infatti l’ex oligarca e dissidente russo, che viene presentato in questo film documentario come nemico e nemesi di Vladimir Putin, suo avversario di paradossale pari forza. Una delle lezioni che Grazhdanin K spiega di aver imparato, nei suoi quasi dieci anni di carcere è che, per poter essere considerato come interlocutore da gangster o esponenti dell’establishment di potere in Russia, devi essere pronto a morire. E L’establishment ora sa di aver di fronte (all’estero, contro di lui in Russia è stata formalizzata una accusa di omicidio per l’uccisione, nel 1998, del sindaco di Nedtyugansk Vladimir Petukhov, ai tempi nemico del magnate) un avversario che non si è piegato.

La storia della vita di Mikhail Khodorkovsky, figlio di ingegneri ("poveri"), residente a Mosca, in Via dei cosmonauti angolo Via dei missili ("le cose che esplodono mi sono sempre interessate molto"), racconta nel film la fine dell’Unione sovietica e della Russia, dei primi anni Novanta, della brusca apertura al capitalismo che il protagonista riesce a sfruttare “come in un gioco” con bravura, ma soprattutto cinismo e spregiudicatezza. khodorkovsky fonda la prima banca privata in Russia e non si sottrae a foto con giacca di pelle nera, Rayban, e tappeto a pelle di leopardo ai piedi. Quindi, la storia di K racconta quella della Russia. Ma anche, così sembra voler dire il regista, la storia della Russia è raccontata da quella di Khodorkovsky. Il film si apre su spazi sterminati che fanno pensare al famoso quadro 'Cavalleria rossa' di Maalevich: Siamo in Siberia, e si parla di petrolio, il vero coprotagonista della storia di Khodorkovsky, di Putin, e della Russia di questi ultimi trent’anni.

Passione, quella per il petrolio, che supera presto quella per i soldi, e porta Khodorkovsky, alla fine degli anni Novanta, con i licenziamenti imposti dalla crisi, alla sua prima grande trasformazione: si accorge degli uomini che lavorano per la sua Yukos e di dover rendere qualcosa alla Russia che lo ha reso miliardario. Della sincerità di questa trasformazione testimonia la storia a venire: dalla sua decisione di non lasciare il paese dopo aver capito che il potere “si era tolto la maschera” al suo, preannunciato, arresto nel 2003, per aver varcato la linea rossa dei contatti per una alleanza di Yukos con l’americana Exxon e un ruolo politico, alle carceri, che ringrazia per avergli insegnato l’auto disciplina e che “se ti evolvi, perisci”.

“Ho ancora 400 milioni di dollari, più altri cento che sono stati sbloccati di recente. Li sto usando per far crescere la società civile in Russia”, con la fondazione Open Russia. E la consapevolezza che i tempi per un ritorno alla democrazia saranno quelli del carcere, dove l’avverbio ‘skoro’ (presto) indica periodi lunghi. Putin che cammina, solo, lungo i corridoi del Cremlino. I telefoni che squillano a vuoto. È questo l’incubo di Putin, per Khodorkovsky, che confessa di condividerlo. "Immortale è chi non può morire, o può morire in qualsiasi momento", conclude, citando Bulgakov.



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