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Brexit, cronologia di un divorzio

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Brexit, cronologia di un divorzio

(Fotogramma /Ipa)

di Marco Liconti
Dalla promessa di David Cameron di tenere un referendum sull'appartenenza del Regno Unito all'Unione europea, alla mezzanotte del 31 gennaio. La cronologia della Brexit è segnata da una serie di date e battaglie politiche che hanno diviso l'opinione pubblica, non solo britannica. Ripercorriamo gli eventi degli ultimi quattro anni che hanno portato al divorzio tra Londra e Bruxelles.


Era il 20 febbraio del 2016 quando l'allora premier conservatore Cameron annuncia che i britannici avranno la possibilità di decidere tra 'Remain' e 'Leave'. Il 23 giugno, con una maggioranza del 52 per cento, i sudditi di Sua Maestà scelgono di uscire dalla Ue. Il giorno successivo, Cameron, che si era schierato per il 'Remain' convinto di una vittoria che avrebbe messo a tacere l'ala euroscettica dei Tories, annuncia le sue dimissioni.

L'11 luglio il Partito conservatore elegge un nuovo leader e premier. Si tratta dell'ex ministro dell'Interno Theresa May, che nella campagna referendaria si era (timidamente) schierata per la permanenza nella Ue. La May, seconda donna nella storia del Regno Unito dopo Margaret Thatcher, è decisa a rispettare il risultato del referendum. Il 18 aprile del 2017, la premier annuncia le elezioni anticipate e chiede agli elettori un mandato "forte e stabile" per realizzare il suo piano per la Brexit.

Le elezioni dell'8 giugno si rivelano un boomerang. I Conservatori, pur rimanendo il primo partito, perdono la loro maggioranza alla Camera dei Comuni, costringendo la May a cercare i voti del Democratic Unionist Party (Dup) nordirlandese per sostenere il proprio governo. Nei mesi successivi, la premier vedrà ridotta enormemente la propria capacità di manovra politica, schiacciata tra l'intransigenza del Dup sulla questione del confine nordirlandese e le richieste inconciliabili delle due anime dei Tories, quella euroscettica e quella europeista.

Il 19 giugno iniziano i negoziati per la Brexit tra Londra e Bruxelles. L'8 dicembre viene concluso un accordo che definisce i termini dell'uscita del Regno Unito dalla Ue. Il 23 marzo del 2018, i leader dei Paesi Ue adottano le linee guida negoziali per il futuro rapporto con il Regno Unito. Il 6 luglio, il governo di Theresa May, nel corso di una movimentata riunione ai Chequers, la residenza di campagna dei premier britannici, approva un piano che prevede un futuro rapporto con la Ue "senza frizioni" per il commercio delle merci, ma non per il settore dei servizi.

Il 9 luglio, in opposizione al piano deciso tre giorni prima, il ministro degli Esteri Boris Johnson e quello per la Brexit David Davis annunciano le dimissioni dal governo May. Dominic Raab assume il ruolo di nuovo responsabile per la Brexit, mentre alla guida del Foreign Office viene nominato Jeremy Hunt. Il 14 novembre, dopo settimane di dure trattative, il governo May approva l'accordo di recesso negoziato con l'Unione europea. Il giorno successivo, Dominic Raab, contrario all'accordo, lascia anche lui l'incarico di ministro per la Brexit. Viene sostituito da Stephen Barclay.

Il 25 novembre, in un vertice ad hoc, i leader della Ue approvano le 585 pagine dell'accordo di recesso, che definisce in termini legalmente vincolanti i dettagli dell'uscita di Londra dall'Unione. In patria, per la May inizia una via crucis parlamentare che in ultimo porterà alle sue dimissioni. Il 10 dicembre, la premier è costretta a rinviare l'annunciato voto ai Comuni sull'accordo, dopo aver verificato la mancanza dei voti necessari all'approvazione. Il 12 dicembre, la May supera la mozione di sfiducia interna al Partito conservatore, presentata dalla frangia euroscettica dei Tories. In base alle regole del partito, nei successivi 12 mesi non potrà essere presentata un'altra sfiducia nei confronti della premier.

Il 15 gennaio del 2019, la Camera dei Comuni boccia clamorosamente l'accordo per la Brexit presentato dalla May, con 432 voti contrari e appena 202 favorevoli. E' la più pesante sconfitta parlamentare mai subita da un governo in Parlamento. Il 12 marzo, la premier si vede bocciato per la seconda volta ai Comuni il suo accordo di recesso. Il 7 giugno, dopo una terza sconfitta parlamentare, la May annuncia le sue dimissioni dal leader dei Tories e da premier.

Il 24 luglio, Boris Johnson diventa il nuovo premier britannico, dopo essere stato eletto nuovo leader del Partito conservatore. Al pari di Theresa May, Johnson non dispone di una maggioranza parlamentare. Il 18 ottobre, Johnson, dopo avere agitato per settimane lo spauracchio del 'no deal', sigla con Bruxelles un nuovo accordo per la Brexit. Le modifiche riguardano la rimozione del contestato 'backstop', il meccanismo che prevedeva per l'Irlanda del Nord una maggiore integrazione con la Ue rispetto al resto del Regno Unito, in tema di movimenti di merci.

Tuttavia, il premier accetta il sistema dei controlli per le merci che transiteranno tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, suscitando così il rifiuto degli alleati parlamentari del Dup. Anche a Johnson mancano i voti necessari per la ratifica dell'accordo negoziato con Bruxelles. Il 29 ottobre, il premier ottiene dai Comuni il via libera alle elezioni anticipate. Il 12 dicembre, i Conservatori di Johnson trionfano nelle elezioni. Con il 43,6 per cento dei voti, i Tories ottengono un'ampia maggioranza parlamentare. L'approvazione del nuovo accordo per la Brexit negoziato da Johnson è ora una pura formalità.

Il 13 dicembre, celebrando la sua vittoria, Johnson conferma che il Regno Unito uscirà dalla Ue nella data prevista del 31 gennaio. Inoltre, il premier intende negoziare con Bruxelles un nuovo accordo commerciale entro la fine del periodo di transizione, vale a dire entro la fine del 2020, escludendo la possibilità di una proroga. Il 20 dicembre, i Comuni approvano l'accordo di recesso negoziato da Johnson.

Il 23 gennaio, la legge che incorpora nella legislazione britannica i termini dell'accordo di recesso ottiene il 'Royal Assent', il consenso della regina, dopo aver completato il suo iter parlamentare. Il 24 gennaio, Johnson e l'Unione europea siglano formalmente l'accordo di recesso. Il 29 gennaio, con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astenuti il Parlamento europeo ha approvato il documento. Penultimo atto - l'ultimo sarà al rintocco della mezzanote del 31 gennaio, ora di Bruxelles - di un lungo e complicato divorzio.



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