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Nagorno, Mikhelidze (Iai), 'Erdogan ora guarda anche al Caucaso'

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Nagorno, Mikhelidze (Iai), 'Erdogan ora guarda anche al Caucaso'

Immagine di repertorio (AFp)

Il conflitto del Nagorno Karabakh, che fino a ieri si diceva congelato, ha cambiato natura. "Non si erano mai verificati, dalla fine della guerra (nel 1994, ndr), combattimenti tanto intensi. Lo dimostrano anche la qualità dell'artiglieria impiegata, il numero degli scontri e dei lanci. C'è una dimensione molto più ampia rispetto agli scambi militari precedenti", spiega all'Adnkronos Nona Mikhelidze, analista dell'Istituto affari internazionali, dove è responsabile del programma Europa orientale ed Eurasia.


"Non sappiamo se i combattimenti si protrarranno, se l'obiettivo di Baku è quello di riconquistare, pezzo dopo pezzo, l'intera zona cuscinetto controllata dall'Armenia oltre l'enclave, o se invece il Presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev si accontenterà della conquista di porzioni di territorio (è stata appena annunciata la conquista di sei villaggi persi trent'anni fa).

"L'elemento di novità rispetto al passato è il nuovo Erdogan", per la sua inedita posizione sul Caucaso, dopo quella già assunta in Medio Oriente. Appena iniziati i combattimenti, la comunità internazionale ha chiesto la fine degli scontri e la pace mentre la Turchia è stato l'unico attore che ha appoggiato direttamente l'Azerbaigian, mentre in occasione delle precedenti crisi lungo la Linea di controllo, Ankara sollecitava, come gli altri Paesi, il cessate il fuoco e un accordo fra le parti, sottolinea Mikhelidze.

"Quello che rende tutto difficile e imprevedibile è il fattore Erdogan. Se Il presidente della Turchia passerà da un sostegno politico dell'Azerbaigian a un supporto materiale, non è escluso un conflitto su larga scala", avverte l'analista. Per questo ieri la dichiarazione del dipartimento di Stato Usa chiedeva agli attori esterni, intendendo Erdogan oltre che Putin, di non intervenire, ricorda.

Va così riconosciuto in questa crisi che "dietro Azerbaigian e Armenia ci sono così due grandi Paesi", Turchia e Russia. "Ora non si può ancora dire se Erdogan sia pronto a contrastare Mosca che, per il momento, mantiene una posizione di neutralità, con generici appelli alla pace". Ma la Russia non può accettare tutto da parte dell'Azerbaigian, "a cui pure vende più armi che la Turchia".

Mosca è di fato costretta a difendere l'Armenia dagli accordi che i due Paesi hanno sancito. Per questo "potrebbe lasciare ad Aliyev lo spazio per riprendere il controllo di una porzione di territorio nella buffer zone e quindi di alimentare la sua propaganda interna, ma non di più". (segue)

Alla Russia, la crisi congelata del Nagorno Karabakh serve per tenere ancorata l'Armenia che altrimenti, se non sentisse minacciata la sua sicurezza, non avrebbe ragione di rimanere nella sua sfera di influenza (Erevan aveva annullato all'ultimo la firma dell'accordo di Associazione con l'Ue nel 2013, ndr). Mosca quindi, da cui alcuni in Armenia già si sentono abbandonati, non potrà non fissare una linea rossa.

"Bisogna ricordare che Erdogan e Putin hanno saputo in questo passato recente parlarsi e mettersi d'accordo". Da questa possibilità di colloquio "dipenderà in larga misura" la natura di questo nuovo focolaio dii guerra, aggiunge Mikhelidze. Tra i fattori che possono aver portato Aliyev a dare il via a una escalation, vi è quindi posizione più assertiva di Erdogan sul Caucaso. Prima, "la sua posizione era più defilata, e la primazia sulla regione era lasciata alla Russia". Ora questo è cambiato. Resta da capire quanto.



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