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Lombardia, Mantovani torna in aula e scoppia la bagarre: "E' la mia sfida più drammatica"

POLITICA

"Avrei potuto uscire in silenzio, invece no. Sono qui per dire che non fuggo e che affronto la sfida, forse tra le più drammatiche dopo la morte che ho dinnanzi ancora, nei luoghi e nei ruoli affidatimi dagli elettori". Mario Mantovani, ex vicepresidente della Regione Lombardia, ex assessore alla Sanità e consigliere in quota a Forza Italia, torna in Consiglio regionale dopo la sospensione dovuta al suo arresto ed è subito bagarre.

Arrestato il 13 ottobre 2015 in seguito a un'inchiesta legata ad appalti nella sanità lombarda con l'accusa di corruzione, concussione e turbativa d'asta, Mantovani è tornato in libertà lo scorso 14 aprile per un vizio di forma nel deposito delle motivazioni del tribunale del Riesame. E proprio per questo ha potuto riprendere il suo incarico di consigliere: "Un atto dovuto e non discrezionale - spiegò allora il presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo - in applicazione della legge".

La giornata, al Pirellone, era cominciata con una protesta messa in atto prima dell'inizio dei lavori da parte dei consiglieri del Movimento Cinquestelle. Occupando i banchi della presidenza, avevano srotolato uno striscione con su scritto 'Onestà', in attesa dell'arrivo di Mantovani. I minuti, però, hanno cominciato a scorrere e con loro il dubbio che Mantovani avrebbe effettivamente preso parte ai lavori. L'idea, tra i presenti, era che alla fine si sarebbe ripetuto lo schema della scorsa settimana, quando l'arrivo dell'ex assessore alla sanità, attesissimo da stampa e tv e accompagnato dalle proteste dei grillini, era rimasto senza esito: "Il consigliere Mantovani - disse poi Cattaneo - aveva una visita medica prenotata da tempo e non ha potuto disdire".

Fino a quando fonti interne al Pirellone, hanno spiegato che l'ex vicepresidente lombardo era arrivato al Pirellone, ma era impegnato in una riunione con Cattaneo e i capigruppo del Consiglio. E circa un'ora e mezza dopo l'orario previsto per l'inizio della seduta, Mantovani ha fatto il suo ingresso in Aula, protetto da un piccolo cordone formato dai suoi compagni di partito.

Dimagrito e visibilmente emozionato, si è diretto ai banchi riservati ai consiglieri tra le urla e le proteste. Quindi, come preannunciato da Cattaneo, ha chiesto la parola, ma i consiglieri pentastellati si sono parati di fronte a lui con manifesti e fischietti e gridando tutta la loro rabbia. A quel punto Cattaneo ha espulso Silvana Carcano e Giampietro Maccabiani e ha sospeso la seduta.

Alla ripresa dei lavori, Mantovani ha ripetuto il tentativo, guadagnando il microfono: "Oggi - ha detto - ho deciso di tornare in Aula consapevole del disagio che avrei potuto provocare ai lavori di questa assise", aggiungendo: "Ero incerto fino a stamattina su quale fosse la scelta giusta, ma dopo aver ascoltato la mia famiglia, i miei amici e gli elettori ho ritenuto di dover dar retta alla mia coscienza. E sono qui".

Il rientro in Aula "potrebbe apparire come una prima vittoria - ha aggiunto - ma non è cosi. Non è di queste vittorie che la Lombardia e l'Italia hanno bisogno, ma della verità". E la verità "è che dopo essermi affermato come imprenditore, ho deciso di mettermi a disposizione del mio Paese guidato dall'unica bussola che è il bene della comunità che ho il dovere di servire". Quindi, ripercorrendo le tappe della sua vicenda giudiziaria, ha sottolineato: "Sono uscito dal regime di carcerazione preventiva durato 42 giorni in carcere e 141 ai domiciliari".

E poi: "Negli ultimi 50 anni sono stati 4 milioni i cittadini dichiarati colpevoli e arrestati e poi rilasciati perché non c'erano elementi a loro carico; gli errori sono consentiti a tutti, ma di fronte a queste sofferenze appare evidente che qualcosa debba cambiare". Dal '92 "il ministero del Tesoro ha speso 630milioni di euro per indennizzare 5mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni lo scorso anno, altri 11 nei primi tre mesi del 2016". Ora, "non c'è ancora nulla di giudicato e io mi sento sinceramente estraneo a tutte le accuse che mi vengono mosse".

Se "avessimo una giustizia rapida - ha proseguito Mantovani - non avrei dubbi nell'attendere l'esito del processo che mi vedrà coinvolto. Se ho sbagliato ho pagato; se però non ho sbagliato, ho già pagato ingiustamente". Considerato poi che "siamo in un Paese in cui, a quanto leggo sui giornali, si sta valutando di prolungare ulteriormente i tempi dei processi, ritengo di far valere anche con la mia sola presenza e testimonianza il principio costituzionale della presunzione di innocenza, fino al terzo grado di giudizio".

"Da oltre sei mesi - ha osservato - la mia vicenda è legata a tangenti, ma neppure una volta la parola tangenti è scritta nelle pagine che compongono l'ordinanza cautelare". Quindi, dopo aver ringraziato le personalità politiche e la gente comune che hanno voluto portare in carcere la loro solidarietà e che "da sei mesi continuano a scrivermi da tutta Italia, tutti i giorni", ha concluso citando Gramsci: "Non si può pensare di rappresentare un popolo se non vi è con questo una connessione sentimentale; i sentimenti che abbiamo nel cuore non possono essere né nascosti, né taciuti, né domati. Proseguirò pertanto nel mio impegno con dedizione e con umiltà".

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