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J'accuse su porti chiusi

POLITICA
J'accuse su porti chiusi

(Afp)

di Elena Davolio


J'accuse alle "politiche esclusive ed egoiste" che erigono muri e vedono nel diverso "un nemico da respingere o da combattere", la denuncia dei "troppi calvari sparsi per il mondo, tra cui i campi di raccolta simili a lager nei Paesi di transito, le navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, le lunghe trattative burocratiche per la destinazione finale, i centri di permanenza, gli hot spot, i campi per lavoratori stagionali". E' una Via Crucis che denuncia senza mezzi termini la situazione degli "spaventosi centri di raccolta in Libia", le politiche dei respingimenti, quella di suor Eugenia Bonetti, la suora simbolo della lotta alla tratta, scelta dal Papa per redigere le meditazioni della Via Crucis, presieduta dal Papa al Colosseo del Venerdì Santo.

Nelle 61 pagine di meditazioni, lette in anteprima dall'Adnkronos, suor Bonetti richiama alla responsabilità tutti "contro il cuore indurito dall'indifferenza malattia di cui anche noi cristiani soffriamo" e affronta il dramma dei tanti, "troppi" schiavi nel mondo.

"Vogliamo percorrere questa 'via dolorosa' - scrive la missionaria della Consolata nell'introduzione alle meditazioni -insieme a tutti i poveri, agli esclusi della società e ai nuovi crocifissi della storia di oggi, vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell'egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall'indifferenza." Da qui il monito affinchè "la Croce di Cristo illumini le coscienze dei cittadini, della Chiesa, dei legislatori e di tutti coloro che si professano seguaci di Cristo, affinché giunga a tutti la Buona Notizia della redenzione".

Nelle quattordici stazioni, suor Eugenia Bonetti denuncia il dramma dei migranti che muoiono in mare o vivono negli "accampamenti senza sicurezza" che "vengono bruciati e rasi al suolo insieme ai sogni e alle speranza di migliaia di donne e uomini emarginati, sfruttati, dimenticati", dei nuovi schiavi del Terzo millennio: tra loro ci sono i giovani senza lavoro ma anche i tanti bambini vittima dei bulli nelle scuole. Suor Bonetti chiama le vittime per nome, come "la giovane Tina - ricordata nella IV stazione delle meditazioni - uccisa barbaramente sulla strada a soli vent'anni, lasciando una bimba di pochi mesi", e la giovane Mercy, costretta a prostituirsi, arrivata a Roma da poco e trovata da suor Eugenia "accovacciata e addormentata sul ciglio della strada 'sfinita'".

Suor Eugenia Bonetti nella VI stazione riflette sulla situazione dei "bambini in varie parti del mondo che non possono andare a scuola e che sono invece sfruttati nelle miniere, nei campi, nella pesca, venduti e comperati da trafficanti di carne umana, per trapianti di organi, nonché usati e sfruttati sulle nostre strade da molti, cristiani compresi, che hanno perso il senso della propria e altrui sacralità".

La religiosa non si limita alla denuncia perché, come scrive nella VIII stazione, "la situazione sociale, economica e politica dei migranti e delle vittime di tratta di esseri umani ci interroga e ci scuote. Tutti noi, specialmente i cristiani, dobbiamo crescere nella consapevolezza che tutti siamo responsabili del problema e tutti possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione". Di nuovo il richiamo a chi erige muri e alimenta la paura del diverso: "Il povero, lo straniero, il diverso non sono un problema, bensì preziosa risorsa per le nostre cittadelle blindate dove benessere e consumo non alleviano la crescente stanchezza e fatica".

Alla X stazione suor Eugenia Bonetti pensa a quanti nel Mare Mediterraneo hanno rischiato la vita per portare in salvo "esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione e schiavitù". Scrive la religiosa: "Mentre nel mondo si vanno alzando muri e barriere, vogliamo ricordare e ringraziare coloro che con ruoli diversi, in questi ultimi mesi, hanno rischiato la loro stessa vita per salvare quelle di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità".

Una "via dolorosa" quella percorsa da suor Bonetti nelle meditazioni della Via Crucis. "Il deserto e i mari - scrive alla XIV e ultima stazione - sono diventati i nuovi cimiteri di oggi. Di fronte a queste morti non ci sono risposte. Ci sono però responsabilità. Fratelli che lasciano morire altri fratelli. Uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare. Mentre i governi discutono, chiusi nei palazzi del potere, il Sahara si riempie di scheletri di persone che non hanno resistito alla fatica,alla fame, alla sete...Quanta crudeltà si accanisce su chi fugge: i viaggi della disperazione, i ricatti e le torture, il mare trasformato in tomba d'acqua".

Da qui l'appello finale: "Possa la morte del tuo Figlio Gesù donare ai Capi delle Nazioni e ai responsabili delle legislazioni la consapevolezza del loro ruolo a difesa di ogni persona creata a tua immagine e somiglianza". In conclusione, suor Eugenia apre alla speranza, ricordando la storia della piccola Favour di 9 mesi partita dalla Nigeria coi genitori "in cerca di un futuro migliore in Europa". I genitori sono morti "insieme ad altre centinaia di persone che si erano affidate a trafficanti senza scrupoli per potere giungere nella 'terra promessa'. Solo Favour - ricorda suor Eugenia - è sopravvissuta: anche lei, come Mosè, è stata salvata dalle acque. La sua vita diventi luce di speranza nel cammino verso un'umanità più fraterna".



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