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Fecondazione: la denuncia, a Roma coppia lasciata sola ad abortire in ospedale (2)

10 marzo 2014 | 15.53
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(Adnkronos Salute) - "Il 25 ottobre 2010 - racconta Valentina - mi comunicano telefonicamente che la bambina che aspettavo era affetta da una grave malattia. Decisi in accordo con mio marito di interrompere la gravidanza. Ci recammo lo stesso giorno dal ginecologo che mi seguiva, ma che si rifiutò di farmi ricoverare perché obiettore di coscienza. Riesco, dopo vari tentativi, ad avere da una ginecologa dell'ospedale Pertini di Roma il foglio di ricovero, dopo due giorni però, poiché soltanto lei non era obiettore. Il 27 ottobre entro in ospedale e inizio la terapia per indurre il parto".

"Dopo 15 ore di dolori lancinanti, vomito e svenimenti - ricorda con commozione Valentina - partorisco dentro il bagno dell'ospedale con il solo aiuto di mio marito. Nessuno ci ha assistito, nemmeno dopo aver chiesto soccorso più e più volte. Non li abbiamo denunciati soltanto perché eravamo sconvolti da quello che avevamo vissuto. Nessuna donna al mondo dovrebbe provare quello che ho provato io e che purtroppo ancora tantissime donne provano". Dopo questa esperienza drammatica, la coppia decide di ricorrere all’aiuto della medicina, con la fecondazione assistita e soprattutto la diagnosi preimpianto per poter conoscere lo stato di salute dell’embrione prima del trasferimento in utero.

Valentina e Fabrizio si rivolgono all'Unità fisiopatologia della riproduzione e fecondazione assistita all'Asl Roma A, Centro per la salute della donna S. Anna, "dove - precisa l'associazione Coscioni - il responsabile Antonio Colicchia dichiara che la struttura 'non eroga la prestazione di diagnostica genetica preimpianto'". I due si rivolgono allora all’Associazione Coscioni, per far partire un procedimento contro la struttura ospedaliera. Infatti, come risulta dal Registro nazionale procreazione medicalmente assistita, si tratta di "un centro pubblico autorizzato ad applicare tecniche di terzo livello - sottolinea Gallo - e pertanto in grado di eseguire fecondazione in vitro e di fornire informazioni sullo stato di salute dell’embrione a seguito di richiesta della coppia ai sensi della legge 40". Ora il giudice del Tribunale di Roma Daniela Bianchini, dopo il ricorso della coppia contro la legge 40, ha deciso di sollevare il dubbio di legittimità costituzionale davanti alla Consulta.

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