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Fisco 'anticipato' per due milioni di imprese, allo Stato quasi 6 miliardi

23 gennaio 2016 | 10.00
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L'area accertamento dell'Agenzia delle entrate (FOTOGRAMMA) - (FOTOGRAMMA)

Nei primi 11 mesi del 2015, circa 2 milioni di imprese italiane che hanno lavorato per la Pubblica amministrazione sono state "costrette" ad anticipare alle casse dello Stato 5,8 miliardi di euro. Lo denuncia la Cgia di Mestre che spiega come ciò sia avvenuto a seguito dell'introduzione del meccanismo dello split-payment, ovvero la scissione del pagamento dell'Iva.

Nell'anno appena concluso, ricostruisce l'associazione, ha fatto il proprio debutto lo split payment. A partire dal 2015, infatti, la Pa trattiene l'Iva sulle fatture per beni e servizi ricevuti dalle imprese e la versa direttamente all'erario. Scopo di questo meccanismo è quello di contrastare l'evasione fiscale , ovvero di evitare che, una volta incassata l'Iva dal committente pubblico, l'azienda fornitrice non la versi all'erario. Il Dipartimento delle Finanze ha riferito che nei primi 11 mesi dell'anno, l'Iva da split payment ammonta appunto a 5,8 miliardi di euro.

"Il meccanismo è sicuramente efficace nell'impedire che l'imprenditore disonesto incassi l'Iva dalla Pa e poi non la versi all'erario - scrive la Cgia - ma ciò provoca seri problemi finanziari a tutti coloro, vale a dire la quasi totalità, che con l'evasione non hanno nulla a che fare".

"La stessa Amministrazione finanziaria, consapevole di questo problema, ha introdotto delle misure per accelerare il rimborso dell'Iva a credito. Lo split payment, ad esempio, consente la restituzione prioritaria dell'Iva a credito entro tre mesi dalla richiesta. Tuttavia - prosegue la Cgia - se si considera che è necessario presentare una istanza infrannuale che abbraccia un periodo di tre mensilità, i tempi necessari per il rimborso potrebbero arrivare a 6 mesi".

"Oltre il danno - segnala il coordinatore dell'Ufficio studi dell'associazione, Paolo Zabeo - si è aggiunta anche la beffa. La nostra Pa non solo paga con un ritardo che non ha eguali nel resto d'Europa, ma dall'anno scorso salda le fatture senza pagare l'Iva al proprio fornitore. Dal gennaio del 2015, infatti, l'imposta la versa l'ente pubblico direttamente all'erario. Pertanto, le imprese che lavorano per la Pa, oltre a subire tempi di pagamento irragionevolmente lunghi, scontano anche il mancato incasso dell'Iva che ha peggiorato la grave situazione di liquidità in cui versano da anni moltissime aziende, soprattutto di piccola dimensione".

"Sottrarre 5,8 miliardi di euro alle aziende che in questo momento continuano ad essere penalizzate dalle banche – conclude Zabeo – è stato un errore. Per questo chiediamo al governo, visto il perdurare dell'assenza di liquidità, di eliminare lo split payment. Infatti, nonostante l'introduzione da parte della Bce del Quantitative easing, nell'ultimo anno i prestiti bancari alle imprese sono diminuiti di 4 miliardi di euro, sebbene la domanda di credito di queste ultime sia aumentata del 3%".

Secondo la Cgia, il buon funzionamento del rapporto tra banche e imprese diventa centrale per riagganciare la ripresa economica. "Dopo otto anni di difficoltà – dice il segretario Renato Mason – le piccole imprese continuano a denunciare la mancanza di credito. Per soddisfare gli ordini e la domanda, queste ultime devono pagare le forniture, acquistare le materie prime e i servizi, pagare le utenze, onorare gli impegni economici assunti con i propri dipendenti, versare le tasse e i contributi. Se non dispongono delle risorse finanziarie sufficienti - continua Mason - molte iniziative imprenditoriali rischiano di chiudere".

"Sebbene nell'ultimo anno ci sia stata un'inversione di tendenza - conclude il segretario della Cgia - dall'inizio della crisi ad oggi sono quasi 90mila le imprese italiane che hanno fallito e una buona parte di queste a causa della poca liquidità a disposizione".

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