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Zona d'Ombra

Football americano e traumi al cervello, al cinema il film denuncia con Will Smith

20 aprile 2016 | 13.57
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Will Smith in una scena di 'Zona d'Ombra' -Concussion (Youtube /Sony Pictures Entertainment)

Una scoperta scientifica che fa tremare uno degli sport più amati in Usa, il football. E' quella del neuropatologo Bennet Omalu, interpretato dalla star di Hollywood Will Smith nel film 'Zona d'ombra' (Concussion) di Peter Landesman, che uscirà domani nelle sale italiane, prodotto tra gli altri da Ridley Scott. La pellicola racconta la storia del medico che cercò in ogni modo di portare all'attenzione pubblica una sua importante scoperta: una malattia degenerativa del cervello che colpiva i giocatori di football vittime di ripetuti colpi subiti alla testa. Durante la sua ostinata ricerca, Omalu tentò di smantellare il ricchissimo sistema sportivo-mediatico che, tra interessi politici ed economici, metteva consapevolmente a repentaglio la salute degli atleti.

"Nella National Football League (Nfl) americana esiste un duplice problema - spiega all'Adnkronos Salute Vincenzo Ieracitano, responsabile medico della Nazionale italiana di Rugby - una sovrapposizione tra l'encefalopatia traumatica cronica (una malattia degenerativa progressiva del cervello che generalmente si presenta in pazienti che hanno subito ripetuti traumi) e l'abuso di sostanze stimolanti. Non ci sono controlli antidoping e circolano anabolizzanti che complicano il quadro. La concussione, su cui il film fa luce, è uno dei rischi più frequenti degli sport da contatto, non solo il football americano o il rugby, ma anche il calcio con i colpi di testa. Ci sono studi su casi post-mortem che hanno evidenziato che tutti i casi di giocatori con encefalopatia traumatica erano legati a concussioni ripetute, ma non tutti i traumi alla testa portano allo sviluppo della malattia".

"Il trauma alla testa, ma anche il colpo di frusta - prosegue Ieracitano - sono pericolosi non tanto per i rischi immediati di una concussione, ma quelli a lungo termine con l'Alzheimer e la demenza. Il problema è grave perché è subdolo, non ci sono esami o imaging che mostrano quando è iniziato il processo neurologico. Ma si possono fare solo la valutazione dei sintomi e le prove neuropsicologiche immediate".

"Se l'atleta è stato vittima di una concussione - ricorda Ieracitano - è fondamentale metterlo a riposo, con un giusto tempo di recupero neurocognitivo prima della ripresa agonistica e il graduale ritorno all'attività agonistica. C' è un periodo di vulnerabilità di 3-4 settimana, ma se lo sportivo è vittima di un secondo impatto questa finestra temporale si allunga, anche di molto".

Ma chi pratica il rugby corre gli stessi di trauma concussivo dei giocatori di football americano della Nfl? "Il rugby ha gli stessi rischi, ma ha la fortuna che i suoi dirigenti sono stati molto sensibili a queste problematiche - risponde il medico - come le autorità internazionali e nazionali di altre discipline di combattimento e di collisione come la Fidaf (Federazione italiana di american football) che si stanno impegnando nella ricerca e nella prevenzione dei danni da concussione".

"Come Federazione italiana dei medici sportivi, abbiamo messo a punto con gli organi sportivi italiani un pronto soccorso sportivo obbligatorio e sensibilizziamo tutti gli operatori laici sul problema dei traumi da contatto alla testa - conclude Ieracitano - E' inutile, come spesso si sente dire nel calcio, parlare di caschi protettivi o proibire i colpi di testa perché spessissimo il trauma encefalico non è diretto, ma frutto dell'accelerazione del colpo di frusta. Il problema quindi è molto più complesso e non può essere banalizzato con soluzioni semplicistiche".

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