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Muro Berlino: tre italiani che c'erano, fu una notte di gioiosa distruzione

08 novembre 2014 | 10.09
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Edith Pichler, Mauro Grassi e Roberto Giardina, ricordano sul quotidiano on line 'Il Mitte' la storica notte del 9 novembre '89 a Berlino, la città nella quale avevano scelto di vivere e dove si trovano ancora oggi

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Il Muro di Berlino prima della caduta

C'era Edith Pichler, che ricorda i berlinesi che "distribuivano banane currywurst, pizze, döner kebab alle persone, e il volto sorpreso e incuriosito dei 'Vopos' (Volkspolizisten, i poliziotti della DDR)". E poi Mauro Grassi, che lo venne a sapere dalla tv ma "non condividevo l'entusiasmo", ed anche Roberto Giardina, che tante storie di tedeschi le ha poi collezionate e raccontate.

Sono tre degli italiani che, nella notte del 9 novembre di 15 anni fa, si trovavano a Berlino, la città nella quale avevano scelto di vivere e dove si trovano ancora oggi. Su 'Il Mitte', il quotidiano berlinese on line per italofoni, raccontano ora come hanno vissuto quei momenti, da stranieri ma coinvolti ospiti di quella nazione che stava facendo una rivoluzione. Non tre connazionali qualunque, in effetti, ma una sociologa, un politologo e un giornalista, che hanno offerto così l'analisi particolarmente attenta di chi lo fa anche per mestiere.

"Non ho assolutamente sentito il bisogno di andare a incontrare le masse di berlinesi (orientali e occidentali) -dice il politologo Mauro Grassi, che seppe ciò che stava accadendo dalla tv- che quella notte si sono riversate nelle strade del centro di Berlino-Ovest. Non ho condiviso l’entusiasmo della gente per ovvi motivi: in realtà nutrivo già allora alcune preoccupazioni riguardo i possibili sviluppi di quegli avvenimenti". Era chiaro però, "che si stava verificando un cambiamento epocale nei rapporti tra il mondo occidentale e quello orientale (ancora sotto l’egida della Russia di Gorbačëv)", ammette.

'Fu un evento straordinario, perché si è trattato anche di una rivoluzione silenziosa'

"Chi aveva seguito gli ultimi avvenimenti -ricorda la sociologa Edith Pichler- si era reso conto che così non poteva più andare avanti. Non solo perché ormai le fughe stavano aumentando, ma perché Gorbačëv non aveva più interesse a sostenere quel regime. È stato un evento straordinario, perché si è trattato anche di una rivoluzione silenziosa".

Il giorno dopo tutta la Germania, non soltanto Berlino, si svegliò diversa. I tedeschi erano spaesati, smarriti. "Il giorno successivo la città si era riempita di persone che vestivano colori diversi dai nostri –ricorda ancora Pichler– riconoscibili da giacche a vento sull’azzurrino o beige, in file lunghe davanti ai discount e alle banche per ritirare questi 100 marchi premio che la BRD dava a ogni cittadino della DDR che visitava la Repubblica Federale".

Il giornalista Roberto Giardina ha collezionato tante storie di tedeschi che, maggiormente coinvolti dalle ideologie del sistema, in seguito si sono dovuti 'reinventare' per non pagare un caro prezzo. "Tutti conoscono la foto del soldato che, fucile in spalla, salta il rotolo di filo spinato: è un’icona del XX secolo", racconta il giornalista, che aggiunge: "Ce ne sono tanti. Ricordo il primario di un ospedale. Buttato fuori perché aveva la tessera della SED, il partito comunista. 'Ma era un bravo medico?' obiettai. 'Che c’entra, mi risposero gli amici, era un comunista'".

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