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Funivia Mottarone, procura: "Tadini resti in carcere, può inquinare prove"

28 maggio 2021 | 13.26
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L'avvocato della difesa: "Forchettone non credo incida su rottura fune"

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Gabriele Tadini, a capo dell’impianto della funivia del Mottarone, deve deve restare in carcere secondo la procura di Verbania. Nella richiesta di convalida del fermo ci sono le esigenze cautelari, sicuramente "il pericolo di fuga e l’inquinamento probatorio", spiega il difensore Marcello Perillo.

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Il legale ha preso in cancelleria il verbale del suo assistito che ha ammesso di aver manomesso i freni di emergenza, la richiesta della convalida del fermo e la richiesta delle misura - pari a dieci pagine - in cui Tadini è accusato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e omissione dolosa che ha portato al disastro. "Si tratta di una misura molto severa", sottolinea il legale. "Si è reso conto: ha la consapevolezza di avere vittime sulla coscienza e sta cercando di superarla con la fede", ha affermato Perillo di Tadini che ha ammesso di aver lasciato in azione il forchettone che ha impedito all’impianto di bloccarsi ed evitare la caduta della cabina in cui hanno perso la vita 14 persone.

"Non dimentichiamo che si è rotta una fune e un aspetto tecnico importante è capire dove è avvenuta la rottura. Non credo che il forchettone potesse incidere sul cavo, così come bisogna capire i freni su quale fune erano, se portante o traente", aveva detto il legale.

L’avvocato sta già contattando diversi esperti ed è pronto a chiedere alla procura di Verbania di poter "eseguire un sopralluogo" sul luogo del disastro. La scelta di lasciare il blocco ai freni era per "velocizzare" la ripartenza della funivia, ma se esistono altri motivi non è dato saperlo. "Del fatto ho parlato 5 minuti con il mio assistito e non ho ancora letto il verbale reso al pm. Sono 38 anni che lavora in questi ambiente, è una persona perbene, preparata. Le motivazioni le chiederò a lui per scelta e saranno decisive per la scelta difensiva", conclude l’avvocato.

Da quanto trapela Tadini era a lavoro la domenica del disastro, si trovava nella struttura della funivia che è nell’area del lido di Stresa. Era vicino ai monitor quando la telecamera del sistema di video sorveglianza si è spenta e ha intuito che qualcosa non andava. Non ha visto nulla, né sentito il tonfo della cabina numero 3 che si schiantava al suolo, sulla terra battuta, prima di rotolare e finire la sua corsa contro un albero.

Se resta da stabilire perché la corda trainante si sia spezzata, Tadini si è assunto la responsabilità di aver disattivato il sistema frenante di sicurezza, di fronte ai blocchi continui che avrebbero potuto costringere a chiudere l’impianto di risalita. Una decisione quella di lasciare inserito il cosiddetto forchettone che ha provocato la caduta della cabina in cui hanno perso la vita 14 persone.

Nella richiesta firmata dalla procura di Verbania, dopo i fermi scattati martedì all’alba, Tadini è accusato di non aver segnalato "tempestivamente all'Ustif del Piemonte e Valle d'Aosta (ufficio speciale per i trasporti ad impianti fissi - competente per territorio - del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti) - tutte le anomalie od irregolarità riscontrate nel funzionamento dell'impianto".

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