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Rinnovabili: da 'giusta' transizione energetica 60 mln nuovi posti al 2030

23 giugno 2016 | 18.58
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(Fotolia)

Da una transizione energetica verso un futuro rinnovabile, che venga attuata rispettando regole di equità e dignità, possono derivare grandi opportunità per lavoratori e comunità locali, fino a creare 60 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Se n'è parlato al Simposio internazionale organizzato dal Wwf e dalla Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (Focsiv) dal titolo 'Una Transizione giusta per la nostra Casa Comune: Energia, Lavoro e Sradicamento della Povertà'.

L’incontro ha voluto promuovere il dialogo tra diversi attori globali e locali provenienti da Europa, Africa, Asia Orientale e America Latina per aumentare la consapevolezza sulla necessità di applicare una giusta transizione energetica verso il 100% di energie rinnovabili. "Oggi la politica è ancora saldamente legata a una vecchia economia se non espressione di questi interessi - osserva Gaetano Benedetto, direttore generale del Wwf Italia - In questo quadro l’unione tra la cultura scientifica e ambientalista e il rispetto dei diritti è la saldatura ideale capace di individuare le soluzioni".

"La transizione energetica implica la trasformazione di modelli di consumo, del mondo del lavoro e delle società organizzate. Il pericolo è che si creino nuovi poveri e cresca la divisione tra Paesi ricchi e nuovi emergenti, Paesi cioè capaci di nuove tecnologie e quelli che subiscono, senza sapere come gestire questi cambiamenti e alla mercé di dinamiche senza controllo - dice Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv - Devono essere soprattutto i Paesi storicamente responsabili dell’aumento di emissioni di gas serra a farsi carico della responsabilità di questa transizione".

Per Barbara Degani, sottosegretario all’Ambiente, "la sfida è quella di uno sviluppo sociale ed economico durevole e svincolato dalle fonti fossili. La partita non si gioca solo in Europa, ma coinvolge soprattutto Africa e Asia". L’Arcivescovo di Trento Luigi Bressan richiama l'enciclica di Papa Francesco 'Laudato Si'' e ricorda che "il lavoro è una necessità e in questo processo di transizione se rinunciamo a investire sulle persone per ottenere un beneficio immediato compiamo un pessimo gesto. Non vanno considerati solo i processi economici ma va posta attenzione verso le persone".

"Come ambientalisti - rimarca Samantha Smith, leader della Global Climate and Energy Initiative del Wwf Internazionale - crediamo in una nuova economia verde fondata sulle nuove tecnologie e su forme di lavoro dignitoso; vogliamo diffondere nuove forme di energia a chi non le ha ancora, evitare odio e divisione".

A fotografare le prospettive in termini di occupazione è Kees van der Ree, coordinatore del programma Green Jobs dell’Ilo, Agenzia Onu che si occupa di promuovere il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne. "Per promuovere un lavoro dignitoso per tutti - osserva - che unisca sviluppo sociale e sostenibilità ambientale abbiamo stilato delle Linee guida. La nostra analisi mostra come la transizione verso le rinnovabili potrà creare 60 milioni di posti di lavoro entro il 2030 a condizione che siano attuate nuove politiche. Altrimenti vedremo solo perdite di occupazione nei settori influenzati dal cambiamento come quello edile, dell’imballaggio e dei trasporti".

"Da un lato vediamo effetti positivi di alcune misure, come le tariffe feed in, il meccanismo che consente di rivendere l’energia autoprodotta - continua - In altre parti del mondo però la dismissione di industrie inquinanti, come le miniere di carbone di Cina, rischiano di creare disuguaglianze e perdite di lavoro. Servono strategie armonizzate e la collaborazione istituzionale tra società civile e governi. Per questo è fondamentale il dialogo sociale. L’elemento chiave è la formazione di nuove figure professionali".

Consapevole dei potenziali rischi nel mondo del lavoro legati ad una transizione non equa è anche il mondo sindacale. "Una persona su due - evidenzia la direttrice delle politiche economiche e sociali dell’Ituc - International Trade Union Confederation, Alison Tate - oggi è soggetta alla perdita posti di lavoro o alla riduzione delle ore lavoro. Trenta milioni di persone operano in condizioni paragonabili al lavoro forzato. Questa è la realtà economica. Per conciliare zero povertà e zero emissioni di CO2 si devono trovare modalità che non escludano nessuno. Nelle prime 50 multinazionali che forniscono beni di largo consumo solo il 6% degli utili sono prodotti da lavoratori che dipendono direttamente dalla holding, il resto del lavoro passa attraverso l’esternalizzazione e subappalto. Dunque, gli utili per queste aziende sono ottenuti grazie a persone per le quali esse non hanno alcuna responsabilità. Questo è un tema di giustizia sociale. Bisogna chiedersi come verranno utilizzati i 90 trilioni di investimenti previsti da qui al 2050 legati alla transizione energetica".

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