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Moda: Giovanni Gastel, vi racconto questo caos che è la mia vita

12 settembre 2015 | 16.11
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Giovanni Gastel (Infophoto) - INFOPHOTO

"Quando ho iniziato a raccontare la mia vita, non la vedevo lineare, ma da fotografo, ricordi che entrano, si affacciano e poi scompaiono. Ho raccontato le cose come sono disposte, in questa specie di caos che è la mia vita". Parla così Giovanni Gastel all'Adnkronos, in occasione della pubblicazione di 'Un eterno istante - La mia vita', il memoir scritto per Mondadori Electa, nelle librerie da martedì, nel quale il fotografo di moda fa il punto sulla sua scintillante carriera da 'self-made man', dall'infanzia dorata a Cernobbio, agli inizi nelle "cantine marce a fotografare i bottoni".

Un'esteta come pochi. Nei suoi scatti non ci sono i languidi corpi o il feticismo dei nudi di Helmut Newton. E neanche quella plasticità glamour immortalata spesso da Mario Testino, ma l'eleganza discreta di un vero gentleman, cifra stilistica ed estetica che da sempre caratterizza la sua arte e la sua vita, davanti e dietro la macchina fotografica. La prima foto a 17 anni, la prima copertina a 26: una carriera invidiabile che dalla casa d'aste Christie's lo proietta dritto a 'Vogue Italia' 'Mondo Uomo' e 'Donna', dove fa il suo ingresso nel mondo patinato della moda, fino alla sfavillante Parigi della maison Dior e alla consacrazione internazionale.

Nel libro Gastel ripercorre un trentennio di moda, a partire dalla prima volta che ha varcato la soglia del portone al 30 di avenue Montaigne, storica sede di Dior, "un'emozione pazzesca - ricorda - avevo il cuore in gola. L'emozione superava il limite. Ero un bambino di 26 anni, un italiano che entrava nel tempio della moda francese, facevo fatica a crederci anche io". E ancora, le numerose campagne pubblicitarie scattate, tra gli altri, per Krizia, Nina Ricci, Céline, Gianni Versace, realizzando anche servizi e still life per le testate di 'Vogue Italia', 'Donna', 'Amica' e 'Elle': "La redazione di 'Vogue Italia' era per tutti il paradiso, un sogno".

"Il fashion vende un sogno. Dice 'se vuoi entrare nel nostro club compra questo vestito, o questa borsa'"

Un episodio particolare è quello in cui Gastel racconta di quando nel 1989 si trovò a scattare la campagna pubblicitaria di 'Samsara', storica fragranza di Guerlain, accerchiato da un "esercito di persone" che tra staff, parrucchieri, truccatori non gli permettevano di scattare. "Dovevo realizzare questa campagna in uno studio nel quale avevano ricostruito un tempio buddhista - ricorda Gastel - ma ero circondato in un clima assurdo con quaranta persone attorno che non riuscivano a decidersi, in un caos di opinioni, non riuscivo a lavorare".

"Allora sono salito su un cubo - prosegue - e ho detto: 'facciamo così, ci sono due possibilità o vado via io, e va benissimo, oppure se volete che la scatti io uscite tutti. Al massimo buttate via la foto se non va bene, ma fatemela almeno scattare'". Alla fine lo scatto, iconico, ha accompagnato il profumo per dieci anni. Nel volume, il fotografo racconta soprattutto della moda che lo ha "creato e accolto", un mondo che però definisce "chiuso e arroccato".

"La moda in sé è il più giusto dei mecenati per il mio lavoro - afferma Gastel - vende un sogno, non parla mai alla cliente finale, ma crea un mondo di eterna bellezza. E' una specie di strana casta. Proprio perché il prodotto cambia ogni sei mesi, abbiamo deciso, negli anni '80, che tipo di comunicazione impostare. Non con i termini tradizionali della pubblicità, nella moda ogni sei mesi si deve parlare in modo diverso, come dire, se vuoi entrare nel nostro club basta comprare questo vestito, questa borsa. E' questo il messaggio che si lancia".

"Mio zio Luchino Visconti non era il doloroso omosessuale ripiegato su se stesso ma un moderno, allegrissimo"

Rispetto al suo debutto, negli anni '70, il modo di fare fotografia di moda si è evoluto, stemperato e modulato dalle esigenze dettate dalla passerella: "Oggi le supermodelle degli anni '80 e '90 non ci sono più - continua Gastel - è cambiata la moda, che evolve continuamente. Il divismo di quella generazione di super top era diventato talmente incombente da essere quasi più importante la modella del vestito. Il problema oggi, e che molti ragazzi non capiscono, è che nella fotografia di moda il soggetto non è la modella ma i vestiti". Gastel rivela anche il suo aspetto più intimo, a partire dagli incontri con lo zio Luchino Visconti: "Ho imparato tantissimo anche solo guardando i suoi film - afferma - però la cosa che ho vissuto di più, a parte la sua dolcezza, è stato il metodo".

"Mostre, letteratura, teatro, tutto serve a tutto diceva - continua Gastale - questo metodo l'ho mutuato da lui. Non era felliniano, non improvvisava niente. Nell'idea di molti è il von Aschenbach di 'Morte a Venezia', cioè un doloroso omosessuale ripiegato su se stesso. Invece era comunista, rivoluzionario, moderno, allegrissimo, era proiettato nel futuro".Tante le modelle che sono passate sotto il suo obiettivo, da Linda Evangelista a Naomi Campbell, anche se, spiega, ce ne sono altre che vorrebbe immortalare prima o poi, come Cindy Crawford e Kate Moss: "Ho realizzato un bellissimo lavoro per 'Harper's Bazaar' - racconta - però anche in questa occasione non ho scelto Kate, che è ancora di una bellezza pazzesca. Cindy non so perché stranamente non l'ho mai fotografata, ma mi piacerebbe".

Per lui fotografia è eleganza, ma anche un po' un valore morale e etico. Per essere elegante una foto deve essere "rispettosa - sottolinea Gastel - poi rappresentare la moda, ma anche raccontare cosa sei. Se è solo una bella foto è un'operazione estetica". Un tipo di fotografia, la sua, che oggi viene invece esasperata: "Una modella non deve fare certe cose, tipo mettersi le banane nelle mutande solo perché fa la modella - dice Gastel - è la fine della dignità femminile. Il mio mestiere è fare la donna bella, ritrarla luminosa ed elegante, senza ledere la sua dignità. Questo aspetto piace a moltissima gente, che forse rivuole indietro un po' di eleganza e di sogno. Basta foto con le mani nelle mutande".

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