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Giustizia, Nuzzi: "Non è la tv la responsabile dei suoi problemi, troppo facile"

15 settembre 2016 | 18.29
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Gianluigi Nuzzi (Fotogramma)

di Cristina Bassetto - "Purtroppo non è la tv a fare spettacolo, ma è spesso la giustizia a perdere la sua Maiuscola e a trasformarsi in un indegno terreno dove a farne le spese sono degli innocenti". Gianluigi Nuzzi, il conduttore della trasmissione 'Quarto grado' replica all'Adnkronos alle critiche mosse nel libro 'Estetica della giustizia penale' da Ennio Amodio, avvocato penalista, professore emerito di procedura penale all'Università Statale di Milano e saggista. Il legale, nel suo ultimo scritto, attacca duramente quello che definisce "lo spettacolo della colpevolezza offerto dai talk show" che "talvolta con rozze inchieste condotte con il microfono in mano, sacrificano sull'altare dell'intrattenimento dei telespettatori tutti i valori della giustizia penale a cominciare dalla presunzione di innocenza".

"Che la tv sia colpevole dei problemi della giustizia non ci sto. E' troppo facile", dice secco Nuzzi. In generale, premette "anche questa è un'occasione mancata perché gli operatori di giustizia facciano un pò di autocoscienza. Non sono certo i giornalisti che dilatano i tempi dei processi. Né sono i giornalisti a perdersi nella giurisprudenza spesso contraddittoria".

Nel merito della sua trasmissione, citata come altre nel volume di Amodio, Gianluigi Nuzzi si fa ancora più tagliente: "'Quarto grado' non cerca e non vuole fare giustizia, ma coltiva uno strumento di questa che è il dubbio. Non è mio compito fare processi, per fortuna. Il mio ruolo è quello di evidenziare i punti di forza e soprattutto di debolezza di ogni ipotesi che viene proposta dalle parti coinvolte nel processo. Il giornalismo non ha mai avuto la velleità di porsi come dogma, di avere la verità assoluta in tasca".

Di certo, aggiunge in un crescendo Nuzzi "dalle pagine che ho letto sfugge l'enorme contributo che molto spesso la televisione dà nella risoluzione dei casi. Prova ne è che ad ogni puntata del mio programma c'è un operatore di giustizia che chiede copia di un'intervista o di un filmato. E' noto che la storia di Valentina Salamone doveva essere archiviata come suicidio e grazie alla testardaggine del mio inviato Simone Toscano si è passati dalla tesi del suicidio a quella dell'omicidio con tanto di indagato".

Non solo. Tanto per citare l'ultimo caso "non più tardi di 6 mesi fa -ricorda Nuzzi- nell'omicidio di Lidia Macchi a Varese, rimasto insoluto, dopo oltre 30 anni è stato arrestato il presunto assassino grazie alla testimonianza decisiva di una spettatrice di 'Quarto grado' che ha riconosciuto in alcune lettere anonime mostate in tv la grafia dell'uomo che è stato poi arrestato".

"Il mio poi -chiude il capitolo tv Nuzzi- non è un talk show, non c'è dibattito di esperti, non fa talk su morti e scomparsi". Quanto poi all'invito rivolto da Amodio nel libro, cioè di chiudere "i salotti televisivi che si occupano di casi giudiziari fino alla sentenza di primo grado", tesi che, ne è certo il penalista, raccoglierà il consenso tanto dell'avvocatura quanto della magistratura, Gianluigi Nuzzi non fa nomi, ma rivendica con un certo orgoglio di avere la fila di avvocati pronti a partecipare alle sue trasmissioni. Quindi, taglia corto "che si mettessero d'accordo".

Ma Nuzzi non è solo il conduttore di 'Quarto grado'. Come giornalista e scrittore è stato anche indagato, processato e assolto nell'ambito del caso Vatileaks istruito dal Tribunale vaticano dopo la pubblicazione dei libri «Avarizia» e «Via Crucis», che rivelavano alcuni documenti inediti su scandali economici proprio in Vaticano. Nuzzi, quindi, è stato 'dall'altra parte' e ha vissuto in diretta quella 'gogna' mediatica riservata, secondo le tesi contenute in 'Estetica della giustizia penale' di Ennio Amodio, a tanti imputati.

"Per quanto riguarda la mia esperienza da imputato nel processo Vatileaks -dice Nuzzi- la differenza più siderale che ho notato è tra alcuni cosiddetti vaticanisti ancora genuflessi davanti ad un potere che vede il Papa camminare a piedi nudi prendendo il nome da San Francesco, e la gran parte dei colleghi, soprattutto all'estero, che sanno bene che indagare su conti e affari del Vaticano non è solo lecito ma anche doveroso".

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