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Il 19 gennaio 2012 il sequestro vicino a Multan

''Governo riporti a casa Lo Porto'', appello per cooperante rapito in Pakistan

21 febbraio 2014 | 17.29
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Roma, 21 feb. (Adnkronos/Ign) - ''Giovanni è vivo e deve tornare a casa: occupatevene. Il nuovo governo metta in agenda la questione''. E' l'appello che Fabrice Calabrese, amico del cooperante umanitario Giovanni Lo Porto, rapito due anni fa in Pakistan, lancia al governo italiano, tramite l'Adnkronos. Il giovane volontario di Palermo, 38 anni, fu sequestrato il 19 gennaio 2012 da quattro uomini armati con il suo collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, vicino a Multan, nel nord del Pakistan. Lavoravano entrambi per la ong Weul Hnger Hilfe. Da allora le loro tracce si sono perse nel deserto.

''Due anni con un muro di silenzio sulla vicenda sono strazianti'', spiega Calabrese, parlando a nome di tutti gli amici di Lo Porto che dal giorno del rapimento, e con il sostegno della famiglia del cooperante, tengono accesi i riflettori sul caso. ''Di Giovanni si parla poco'', sottolinea, ''vogliamo chiarezza. La chiedono i familiari ma anche la società civile, come dimostra l'appello - che ha già raccolto oltre 50.000 firme - sul sito www.change.org, poi consegnato con due lettere al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e alla presidenza del Consiglio. La madre di Giovanni ha scritto anche a Papa Francesco'', prosegue Calabrese, mentre su twitter rimbalza l'hashtag #vogliamogiovannilibero.

''Sul caso Lo Porto - rimarca - chiediamo risposte immediate. Occorre la collaborazione dell'Europa per risolvere questa vicenda, soprattutto della Germania. Confidiamo molto nell'attività del Comparto Intelligence italiano, in particolare dell'Aise''.

Giovanni Lo Porto, da tutti chiamato Giancarlo, è sparito nella notte di Multan, la città dei Sufi, la più antica del subcontinente asiatico, nel cuore del Punjab, a metà strada tra Lahore e Quetta. Nella sua carriera si è sempre confrontato con situazioni critiche, prima in Repubblica Centrafricana, poi ad Haiti, fino all'ultimo viaggio in Pakistan, dove guidava il progetto di ricostruzione dopo il terremoto e l'alluvione del 2010, missione finanziata da Echo, l'agenzia per gli aiuti umanitari dell'Unione Europea.

''Le ultime notizie - spiega ancora Fabrice Calabrese - si riferiscono a un video nel quale si vede l'ostaggio tedesco Bernd Muehlenbeck. Questo lascia pensare che i due rapiti possano essere separati, ma ci fa sperare sull'esistenza in vita di Giovanni. Noi crediamo che siano nelle mani dei talebani, dobbiamo riportarli a casa. Il loro destino, probabilmente, è legato a uno scambio di ostaggi''.

''Giovanni Lo Porto - ricorda - era lì come cooperante, per aiutare la popolazione pakistana dopo le alluvioni del 2010. E' un uomo libero e altruista, vogliamo solo riabbracciarlo presto'', conclude Calabrese.

''Come presidente del Copasir, raccogliendo l'appello degli amici di Giovanni Lo Porto, chiederò una nota informativa all'Intelligence sulla situazione attuale della vicenda, o formulerò una domanda specifica in sede di prima audizione del nuovo direttore dell'Aise'' dice all'Adnkronos il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi.

''L'obiettivo - rimarca il presidente del Comitato di Palazzo San Macuto - è risolvere il caso e riportare a casa Lo Porto''.

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