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Pasolini: Mario Sesti, oggi nascerebbe in India

02 novembre 2015 | 14.13
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Dove potrebbe nascere, oggi, un altro Pier Paolo Pasolini? "Se lo avessimo chiesto a lui, a suo tempo, probabilmente avrebbe detto l'Etiopia o lo Yemen, per come li conosceva. Oggi potrebbe avvenire in India, oppure in Brasile, in Cina, in un Paese insomma che sia in una fase di sconvolgimento paragonabile a quello che attraversava l'Italia dei suoi anni". A dirlo, conversando con l'Adnkronos, è il critico e regista Mario Sesti, autore con Matteo Cerami nel 2005 del film-documentario 'La voce di Pasolini' (oltre 30mila copie vendute con Feltrinelli), che ora firma il libro 'Pasolini. Il cinema in 20 tavole', un testo che usa le illustrazioni per 'divulgare' Pasolini, come le pale medioevali illustravano la Passione. "La morte di Pasolini coincise -sottolinea Sesti- con la fine di arco temporale molto particolare, come dicono i francesi 'da Rossellinì a Pasolinì'. Con il suo stile inimitabile aveva portato alle estreme conseguenze il realismo: l'idea che mettere la macchina da presa di fronte al mondo è più interessante dell'usarla per narrare qualcosa di inventato, l'idea che un corpo abbia una capacità di eprimersi immediata, che erano già in Rossellini, Germi, Fellini, affrontate con consapevolezza teorica ed estremismo espressivo che si faceva poesia, per dirlo con le sue parole".

Con la macchina da presa, prosegue Sesti, Pasolini "produceva, e lo diceva lui stesso, più di quanto fosse possibile con la scrittura, riusciva a riprodurre al meglio la forza straordinaria della semplice esistenza del mondo, un'emozione che lo spingeva al pianto, al trasalimento", ricorda Sesti, sottolineando che "fino alla metà degli anni '70 il cinema aveva un ruolo quasi egemone, profondamente rispettato, nella cultura italiana", un ruolo eroso e poi cessato. "Si può dire che anche nella sua morte (nel 1975, ndr) Pasolini è stato profetico -rileva Sesti- dalla metà degli anni '70 in poi, con l'avvento delle televisioni private, con l'ipermediatizzazione che è iniziata in quel periodo e prosegue ancora oggi, il Paese, il mondo è cambiato, si sono perse le specificità si è imposta una omogeneizzazione che tranne per qualche sacca di resistenza arriva ovunque: ciascuno è 'uguale' a ogni altro, dai popoli si passa ai consumatori".

"Tutto questo, ancora in potenza più che in atto, era già oggetto dello sguardo di Pasolini, consapevole di quanto stava scomparendo, del sovvertimento di logiche e valori profondi: vedeva con dolorosa lucidità il cataclisma, cose che duravano da millenni spazzate vie nell'arco di pochi anni", scandisce Sesti che vede poi una nuance pasoliniana nell'affermarsi in questi ultimi anni del documentario: "Il punto massimo di continuità è nell'uso degli attori, Pasolini diceva di non poter usare attori perchè un attore tende a essere qualcun altro, mentre lui voleva raccontare persone". "Poi ci sono gli elementi 'da doc' delle inquadrature di Paolini, l'uso delle luci naturali, la minor deformazione possibile attraverso l'obiettivo, l'accentuazione della gestualità come elemento di narrazione. Pasolini usava tutto questo e non 'semplicemente' per fare inchiesta, denuncia, provocazione, lo usava per qualcosa che lui chiamava poesia", aggiunge Sesti, sottolineando infine che proprio l'estrema ricercatezza, il virtuosismo, nei film come negli scritti, "Pasolini ha saputo usarli per raggiungere il maggior numero di persone possibile. E' stato l'unico intellettuale così d'avanguardia che ha saputo incontrare la cultura di massa. La poesia di Pasolini è stata vendutissima, i suoi film sono stati un successo al botteghino".

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