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Chiesa: no a preti trasandati o troppo profumati, decalogo per il 'sacerdote doc'

27 agosto 2015 | 16.57
LETTURA: 5 minuti

Attenzione al delirio di onnipotenza

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(Infophoto)

Un buon prete non può essere nè troppo 'trasandato' nè troppo 'ricercato'. Guai ai sacerdoti che lasciano zaffate di profumo quando passano. Al bando chi è troppo 'sgomitante' e non rinuncia alle lusinghe della carriera lasciandosi prendere dalla "insensata fregola" di diventare vescovo o cardinale. Attenzione all'uso eccessivo dei social network. Il decalogo del 'prete doc' è contenuto nel manuale edito dai Dehoniani scritto a quattro mani da due sacerdoti lombardi, Davide Caldirola, che collabora con i missionari del Pime e don Antonio Torresin della diocesi di Milano.

ABITO - "Se non ci possono chiedere di essere icone di corpi palestrati, non per questo - si legge nel manuale 'I sentimenti del prete' - dobbiamo somigliare a relitti abbandonati lungo la strada. C'è una bellezza e uno stile dei corpi che sono umili e feriali, garbati e non appariscenti, ma per nulla trascurati; non ricercati, dimentichi di sè eppure non privi di una loro finezza e delicatezza. L'opposto speculare al 'prete trasandato' è il prete 'ricercato'. Un abbigliamento che ostenta il lusso, effluvi di profumi, la frequentazione di locali raffinati e all'ultima moda, rischiano di collocare il prete in un'aurea aristocratica che risulta tanto inavvicinabile quanto lo è per i motivi opposti l'aspetto posso rassicurante di un prete che si trascura".

no alle 'lacrime da coccodrillo' nè a quelle per 'piangere miseria'

BANDO ALLA BUROCRAZIA - "Il carico burocratico - registra il manuale - sta diventando insopportabile, toglie spazio alla cura delle cose più importanti, consuma energie, rende più tesi e nervosi, costringe il prete a 'giocare fuori casa' su un terreno non suo".

ESTERNAZIONE DEI SENTIMENTI - "Concedersi al pianto - scrivono gli autori del manuale - deve sempre restare un atto di responsabilità e non una facile consegna ai propri bisogni. Per questo ci vuole una sana capacità di contenere le lacrime". Bando, quindi, alle "lacrime da 'coccodrillo' che designano un pentimento tanto tardivo quanto effimero; o il 'piangere miseria' che porta a enfatizzare le proprie difficoltà per ottenere una facile consolazione e un aiuto interessato, ci dicono che si può piangere fuori luogo. Concedersi al pianto deve sempre restare un atto di responsabilità e non una facile consegna ai propri bisogni".

preti nè troppo pigri nè eccessivamente zelanti, non lasciarsi vincere dall'invadenza dei social network

ATTENZIONE AL DELIRIO DI ONNIPOTENZA - Consapevoli del fatto che i preti sono "abili nell'ideologizzare i difetti", gli autori del decalogo invitano i colleghi ad avere un atteggiamento non rinunciatario. "Bando alla pigrizia, quindi, anche se alla fine ci tocca ammetterlo: tra la pigrizia e l'eccesso di zelo preferiamo la prima. Il secondo ci sembra sfori troppo un pericoloso delirio di onnipotenza che non raramente afferra proprio i ministri di Dio, mentre la prima ci costringe a fare umilmente i conti con i nostri limiti e a lottare con quell'inerzia che ci frena anche quando non dovrebbe".

NO ALL'OVERDOSE DA SOCIAL - "In un'epoca nella quale pubblico e privato sono al contempo separati e confusi, anche il prete stenta a trovare equilibri buoni. Lui stesso si trova travolto dalla generale schizofrenia, in cui da una parte la privacy sembra tenacemente difesa ma dall'altra è esposta al pubblico dominio grazie all'invadenza dei social".

no alla insensata e incomprensibile 'fregola' di accedere a inutili onorificenze

STOP AL CARRIERISMO - Gli autori del manuale dedicato al mestiere del 'buon prete' mettono anche in guardia dal carrierismo: "I due ultimi pontefici ne hanno parlato spesso e non tocca certo a noi ribadire l'insensatezza dell'incomprensibile 'fregola' di diventare cardinali o accedere a un posto in curia o a onorificenze del tutto inutili".

INVIDIE AL BANDO. "Facciamo fatica a dirlo ma di certo siamo abitati da piccole invidie, gelosie, competizioni, sentimenti che facciamo fatica a confessare ma che pure sono veri. Ci sentiamo inevitabilmente sminuiti nel nostro ruolo pubblico quando viene scelto un altro al nostro posto per una 'predicazione importante' o quando qualche fedele sceglie il prete della parrocchia vicina come confessore".

'comprensione con il prete che si innamora'

ESIBIZIONISMO - Il manuale edito dai Dehoniani ricorda che "ci sono momenti nei quali fare il prete significa anche trovarsi su di un palcoscenico (metaforico o meno che sia). L'importante è non recitare. Lo stile evangelico con cui reggere anche esposizioni sotto la luce dei riflettori lo si riconosce forse sia dal fatto che non siano state troppo ricercate, sia dalla classe con cui si riesce a uscirne".

IL PRETE INNAMORATO - Il manuale dedica un capitolo anche al sacerdote che si innamora e invita i sacerdoti che hanno a che fare con situazioni di questo tipo ad affrontarle con un atteggiamento di comprensione: "Il primo passo è quello di non nascondersi. Dare un nome ai propri sentimenti permette almeno inizialmente di avere quel minimo di chiarezza che consente i passi successivi. D'altra parte se il sentimento è confuso, il nome non potrà essere subito chiaro e preciso. Questo chiede la pazienza di un racconto e lo spazio di una libera confidenza in cui deporlo. L'offerta di uno spazio libero e gratuito favorisce il racconto di sè e crea quel minimo di quiete indispensabile per operare qualche scelta precisa".

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