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Francia: giudice Salvini, da Parigi una lezione, non è più solo terrorismo

16 novembre 2015 | 16.27
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Il giudice Guido Salvini (Foto Infophoto)

Dietro alla brutale carneficina di Parigi c'è molto di più di un attentato ma un'azione di guerra. "Non siamo di fronte a semplici attentati. L’immagine è quella di un bombardamento su obiettivi civili da parte di un Paese nemico come nei peggiori episodi delle guerre ordinarie, con la sola differenza che non sono stati usati aerei ma aspiranti martiri. L’unico evento paragonabile è stata l’azione nel 2008 in India a Bombay dove un gruppo di jihadisti, con dieci azioni simultanee, tenne sotto scacco la città per tre giorni, uccidendo più civili possibile e lasciando alle sue spalle 200 vittime".

E' quanto spiega in un'intervista all'Adnkronos Guido Salvini, il giudice che a Milano ha condotto le prime indagini in materia di terrorismo di sinistra (colonna milanese delle Br, Prima Linea, Autonomia Operaia) e di destra (Nar) nel periodo di applicazione delle leggi sui pentiti e sui dissociati. Che alla fine degli anni ottanta, dopo la scoperta di Gladio e grazie all'apertura di alcuni archivi dei Servizi di informazione e al manifestarsi in modo più ampio del fenomeno della collaborazione anche nell'area dell'estrema destra eversiva, ha riaperto le indagini sulla Strage di piazza Fontana. Prima di essere applicato a Cremona, Salvini si è occupato di casi di criminalità economico-finanziaria (caso Parmalat ed EniPower), del sequestro e dell'omicidio del finanziere Gianmario Roveraro e delle primissime inchieste sul terrorismo di matrice fondamentalista islamica.

Per Salvini a Parigi si è consumata una guerra. "La parola terrorismo -dice- si usa per comodità solo perché presente nei codici ma non fotografa più la realtà. Quello di Al Qaeda era ancora terrorismo perché colpiva senza avere un suo Stato alle spalle ma solo “santuari” e rifugi. Oggi c’è lo Stato Islamico. E’ uno Stato di certo non riconosciuto ma che soddisfa i requisiti del diritto internazionale per essere considerato uno Stato: un governo, un popolo, un territorio. Con i fatti e con i suoi proclami ha dichiarato guerra, per quanto possa essere velleitario, praticamente a tutto il resto del mondo: i paesi Occidentali e ogni suo singolo cittadino, lo abbiamo visto anche a Parigi, i governi del Medio Oriente, i loro cittadini sciiti, e a tutti gli infedeli che appartengono a minoranze come gli Yazidi oltre naturalmente guerra a Israele e a tutti gli ebrei in quanto tali".

In azione, quindi, sono entrati combattenti nemici. "Sì, tanto è vero che, volendo -prosegue il giudice- si potrebbe applicare ad un cittadino italiano che andasse a combattere per l’Isis l’art. 242 del codice penale che punisce, tra l’altro con l’ergastolo, il cittadino che presta servizio nelle forze armate di uno Stato in guerra con lo Stato italiano".

Se questo è lo scenario che abbiamo davanti bastano ancora gli strumenti giudiziari così come li conosciamo? "La risposta, politica, militare, culturale, qualsiasi essa sia purchè chiara e non dettata da rivalità politiche, deve venire dai Governi e dai Parlamenti", afferma Guido Salvini. "L’autorità giudiziaria -aggiunge- può fare la sua parte ma in nessun modo, nemmeno in Italia, può garantire un rischio zero in presenza di decine di migliaia di obiettivi possibili. Quello che può essere essenziale, per ridurre i rischi, è anche che autorità giudiziaria e servizi di informazione, l’intelligence, decisiva in questo campo, trovino, superando antiche diffidenze, qualche momento di contatto e di coordinamento".

Detto questo, spiega ancora il giudice "l’Italia ha una legislazione tutt’altro che disprezzabile e le indagini hanno numerosi strumenti da utilizzare: dalla recente punibilità degli arruolati, di chi si addestra da solo anche su Internet e dei foreign fighters alle intercettazioni preventive anche informatiche, talvolta inutilmente guardate con sospetto". E ancora -spiega Salvini- le operazioni sotto copertura e le perquisizioni per blocchi di edifici introdotte addirittura nel 1979 ai tempi del terrorismo interno, risultate poco utili allora ma forse più utili oggi. Ma, lo ripeto, indagini e processi possono essere, con un po’ di fortuna, uno strumento di contenimento, non la soluzione. E’ un nemico troppo sfuggente. In confronto le Brigate Rosse, con le loro basi e i loro volantini e i loro pentiti erano molto più facili da scoprire".

A Parigi sono stati colpiti obiettivi precisi. Che significato hanno a suo giudizio? "Non sono stati colpiti obiettivi affollati ma comunque 'neutri' come stazioni ferroviarie o del metrò a Madrid e a Londra . Sono stati scelti teatri, la musica e il teatro sono vietati dalla cultura mussulmana, uno stadio, anche lo sport è praticamente precluso, ristoranti e altri luoghi di svago. Luoghi cioè additati dall’islamismo radicale come fonti di perdizione e di idolatria in perfetta coincidenza con quel progetto di “desertificazione” di ogni vita sociale che si è realizzato nei territori che controllano. In questo senso sono azioni “educative”. Comunicano che anche in Europa non si potrà più vivere come abbiamo sempre vissuto, che l’unica attività sociale consentita sarà quella religiosa e nient’altro".

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