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'Il palazzo' di Navalny, l'oppositore a Putin trasferito in una delle colonie penali più dure

01 marzo 2021 | 17.24
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(AFP)

La colonia penale Ik-2 in cui venerdì scorso è stato trasferito Aleksei Navalny, che vi trascorrerà i prossimi due anni e mezzo, non è lontanissima da Mosca (si trova a Pokrov, nella regione di Vladimir, a un centinaio di chilometri dalla capitale) ma è considerata una delle più dure del Paese.

E' considerata "zona rossa", nel senso che ogni aspetto della vita del detenuto è sotto controllo. Non sono autorizzate le mail e le lettere arrivate con la posta ordinaria vengono consegnate dopo settimane, se non mesi, dal loro arrivo, dopo essere state lette dai secondini. "E' una struttura dura, con regole molto rigide, per usare un eufemismo", ha spiegato Eva Merkacheva, che fa parte dell'organizzazione civica per il controllo del sistema carcerario, in una intervista a Bloomberg.

"Cercano di controllare ogni tuo passo e ogni tuo pensiero", ha aggiunto testimoniato Konstantin Kotov che a Ik-2 ha trascorso un anno e mezzo, dopo essere stato condannato per aver ripetutamente partecipato a manifestazioni di protesta nell'estate del 2019, a Mosca. Vieni punito per non aver salutato una guardia o per aver chiesto in prestito dei guanti, dopo che quelli che ti sono stati spediti non ti sono stati consegnati, aggiunge, ricordando "l'enorme pressione psicologica" subita.

I detenuti sono ospitati in stanzoni con anche 150 brandine. "E' un posto in cui non esiste legge. Ti spezzano. Da tempo accadono cose negative, alcune delle quali sono state denunciate già dieci anni fa", ha spiegato Pyotr Kuryanov, avvocato della Fondazione per la difesa dei detenuti, in una intervista a Moscow Times.

Vi fu rinchiuso Vladimir Pereverzin, ex manager della Yukos di Mikhail Khodorkovsky che ha descritto in un memoriale i due anni trascorsi a Ik-2. "La prigione è vicina a una palude, è freddo e il cibo è pessimo. E' un posto violento in cui stare", ha commentato. Vi è stato detenuto anche il nazionalista Dmitry Demushkin, condannato per istigazione all'odio, per cui il carcere è stato "come una tortura".

"Non potevo parlare ad altri detenuti, non potevano guardarmi". Un quarto detenuto, che ha preferito non farsi citare, ha raccontato di essere stato spesso picchiato dalle guardie e da altri detenuti. "C'è un intero sistema che consente violenze e umiliazioni su base quotidiana", ha affermato.

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