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Il report, da 10% obiettori aborto in Gb a 80% in Portogallo

12 marzo 2014 | 13.43
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(Adnkronos Salute) - L'obiezione di coscienza sembra essere diffusa ai livelli dell'Italia in poche altre parti del mondo. Anche se gli studi rigorosi sono pochi, le stime vanno dal 10% di ginecologi-ostetriche che rifiutano di effettuare l'aborto nel Regno Unito, a più del 70% registrato nel nostro Paese (con il 50% di anestesisti obiettori) e all'80% del Portogallo. E' quanto evidenzia il 'Libro bianco sull'obiezione di coscienza e il rifiuto a fornire assistenza riproduttiva' pubblicato dal network internazionale di medici 'Global Doctors for Choice'. Il report attinge ai dati relativi a vari Paesi pubblicati fra il 1998 e il 2013. Il rapporto contiene dati da tutto il mondo: si va dal 14% dei medici di varie specialità a Hong Kong che risulta essere obiettore, al 17% dei farmacisti nello Stato americano del Nevada che si è rifiutato di vendere la pillola abortiva. E ancora, in Austria risultano diverse regioni prive di assistenza in questo senso. Un sondaggio fra medici, infermieri e studenti in medicina statunitensi ha indicato che oltre due terzi è a favore dell'aborto, ma che solo un terzo lo effettuerebbe. La disponibilità a eseguire un'interruzione volontaria di gravidanza varia seconda del contesto clinico e delle motivazioni della donna: più di tre quarti dei ginecologi e degli ostetrici che lavorano negli ospedali pubblici di Buenos Aires, in Argentina, supportano la procedura in caso di minacce per la salute materna, gravi anomalie del feto, stupro o rapporti incestuosi. E anche all'interno del 10% di medici obiettori in Gran Bretagna, molti si dicono comunque disponibili a eseguire l'aborto in caso di gravissime malformazioni del feto. Il documento cita anche situazioni 'limite': per esempio, in Brasile molti medici si definiscono obiettori di coscienza, ma poi non esitano a effettuare aborti su componenti della propria famiglia. Mentre uno studio polacco ha dimostrato che fra i ginecologi c'è chi si dichiara obiettore per quanto riguarda la propria attività pubblica, salvo poi operare le pazienti in cliniche private.

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