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Il rigore di Gianfranco Teotino, il trofeo delle lacrime

11 luglio 2014 | 16.16
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David Luiz in lacrime (Xinhua)

Una Copa piena di lacrime. Ultime ieri quelle di Neymar che si è commosso ricordando il suo infortunio. ''Sono arrivato a 2 centimetri dalla sedie a rotelle'' ha singhiozzato. Bah… Almeno un titolo il Brasile lo potrà festeggiare, con il fazzoletto in mano naturalmente: campioni del mondo di pianto. Loro hanno pianto davvero sempre: quando hanno vinto, quando perso e persino quando hanno pareggiato, prima di battere i rigori con il Cile. Lucciconi buoni per concimare i campi, peraltro in perfette condizioni, di tutti i nuovi stadi. Non solo: i brasiliani piangono nel chiuso delle loro stanze, nello spogliatoio e adesso anche in conferenza stampa.

Ma per conquistare questo trofeo si sono dovuti superare, perché in questo Mondiale hanno pianto tutti. Hanno pianto i greci e hanno pianto i colombiani, hanno pianto i costaricani e hanno pianto i francesi, hanno pianto gli algerini e hanno pianto gli italiani. Hanno pianto i campioni e hanno pianto i pipponi. A qualcuno bastava sentire l'inno per aprire le cateratte. Ad andare indietro negli anni non si ricordano simili cascate. Del resto, è un fenomeno che investe anche altri sport. Persino Djokovic e Federer hanno finito in lacrime la loro ultima finale di Wimbledon.

Troppe tensioni? Ragazzi che a 20-25 anni non riescono a portare sulle loro spalle il peso di pressioni via via sempre più insostenibili? In forme diverse ci sono sempre state. Il Maracanazo, 64 anni fa, ebbe in Brasile conseguenze sociali molto più devastanti del 7-1 con la Germania. Forse lacrima facile è anche un effetto collaterale dell'irruzione degli psicologi negli spogliatoi, tutti portati a sollecitare la libertà di esprimere senza remore i propri sentimenti. Siamo comunque di fronte a un profondo mutamento culturale. La figura che un tempo faceva orrore del macho frignone è stata sdoganata. La fragilità maschile sta diventando un elemento di seduzione.

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