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Il rigore di Gianfranco Teotino, le note stonate di Prandelli

04 luglio 2014 | 15.57
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(Xinhua)

Degli allenatori che si sono dimessi o sono stati cacciati per aver fallito il Mondiale, è il primo ad avere già trovato una nuova panchina. Prandelli sta battendo tutti i record di velocità: una ventina di minuti dopo la partita con l'Uruguay per annunciare l'addio, nove giorni per trovare l'accordo con il Galatasaray. Complimenti. Significa avere comunque conquistato una credibilità internazionale che va al di là dei risultati ottenuti.

Eppure, c'è qualcosa che suona stonato in questa svolta a 360 gradi della sua attività professionale, della sua vita stessa. Una scelta che ci lascia un po' confusi, qualcuno anche deluso. L'entità dell'ingaggio c'entra relativamente. Quei 4 milioni e mezzo netti premi esclusi, sono perfettamente in linea con il mercato internazionale degli allenatori di club. Anche stavolta il buon Cesare potrà dire che non ruba i soldi dei contribuenti. E' che Prandelli per quattro anni non è stato solo il commissario tecnico della nazionale, ma anche un po', se una definizione così può essere accettata, il padre spirituale del calcio italiano. Almeno lui si è sentito tale.

L'uomo che ci spiegava che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, l'uomo che ha portato gli azzurri ad allenarsi nei campi confiscati alle mafie, l'uomo del codice etico da spogliatoio. Ora ci lascia dall'oggi al domani senza un vero perché. A fracasso ancora caldo, se l'era cavata con qualche parola un po' criptica sul fallimento del progetto tecnico. Poi è sparito. Neppure una conferenza stampa conclusiva, solo qualche confidenza agli amici sul tradimento della vecchia guardia. Ci deve delle spiegazioni? Anche no. Forse eravamo noi a pretendere troppo da lui. D'ora in poi però sarà bene che un commissario tecnico della nazionale faccia solo il commissario tecnico della nazionale.

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