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Euro 2016: il rigore di Teotino, antidoping alla Spagna e bistecca di Schwazer

25 giugno 2016 | 15.48
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Alvaro Morata - AFP

Questa mattina di buon’ora i delegati dell’agenzia antidoping dell’Uefa si sono presentati nella sede del buen retiro francese della Spagna all’Ile de Ré e hanno sottoposto a controlli una decina di giocatori di Del Bosque. Si tratta di una notizia che assume un certo rilievo soltanto perché nel calcio questo tipo di test a sorpresa non è così frequente come in altri sport, assai più sorvegliati.

Anche i casi di positività sono sempre stati molto pochi e non hanno mai investito le competizioni di altissimo livello come Mondiali, Europei o Champions League. E’ possibile che sia, e fino a prova contraria lo è, perché i calciatori non si dopano. In molti sostengono che in realtà essi non vengono controllati a sufficienza. Non è vero. Il calcio è la disciplina sportiva che effettua il maggior numero di test e che presenta in proporzione il minor numero di casi di positività.

Il problema però è anche che tipo di controlli vengono fatti: quasi esclusivamente sulle urine, le analisi del sangue sono una rarità. Per il tipo di sforzi che richiede e per come si svolge il gioco, è la resistenza, talento a parte, la caratteristica che spesso in campo fa la differenza, come e più della forza. L’era del ricorso di nascosto agli anabolizzanti, magari camuffati da integratori, sembra si sia chiusa, anche perché si tratta di sostanze facili da riscontrare.

Rimane semmai aperta la questione dell’eccessiva somministrazione di farmaci composti da sostanze non vietate. Nessuno però è mai andato a fondo, ad esempio, visto che parliamo di Spagna, sulle famose sacche di sangue del famigerato dottor Fuentes, implicato nella famosa Operacion Puerto, medico sportivo consulente anche di moltissimi calciatori di primo piano delle principali squadre spagnole.

Al contrario di quanto accade negli altri sport, non risultano casi di Epo scoperta nel sangue dei giocatori, nemmeno di quelli che superati i 30 anni riescono a mantenere la stessa velocità che avevano a 20 e sprintano al 90’ esattamente come all’inizio della partita.

In Italia siamo fermi ai casi, non infrequenti nel decennio scorso, di calciatori positivi agli anabolizzanti o scoperti a fare uso personale di cocaina. Sono serviti soltanto ad arricchire la letteratura delle scuse prodotte da chi viene colto in fallo: colpa di una pomata contro le infezioni vaginali, di una lozione per schiarire i capelli, di un collirio, di un bacio a una ragazza che aveva appena sniffato, di una bistecca di cinghiale. Già, la stessa bistecca evocata oggi dal legale di Schwazer.

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