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Il Tech vintage e le community del mercatino

10 giugno 2021 | 12.29
LETTURA: 3 minuti

Un po' influencer e un po' commerciante, un po' per l'ambiente un po' per economia: il tratto ibrido delle nuove piattaforme di usato.

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Da Depop.com

Si sta formando un nuovo ecosistema di consumatori e imprenditori che unisce il vecchio e il nuovo, il vintage e il tech, usando app per comprare e vendere abbigliamento e accessori di seconda mano, scovati nei mercatini delle pulci, trovati sul fondo di un armadio, o semplicemente usati. Qualcuno li modifica e li attualizza, e poi li rivende a prezzi maggiorati. Altri usano queste app semplicemente per liberarsi del superfluo, di un acquisto di cui si sono pentiti, di un capo che non piace più. Altri ancora riescono a farne una professione, mescolando i tratti dell’influencer con quelli del commerciante, mettendo in vendita capi indossati magari una sola volta ma resi istantaneamente iconici grazie al seguito sui social.

La differenza rispetto ai classici siti “mercatino” o all’onnipresente eBay è la maggiore immediatezza e rapidità d’uso, e la creazione di una community di utenti in un ibrido tra il mercatino e il social, che crea casi di successo e trasforma la vendita dell’usato in un fenomeno fashion. E lo stanno capendo anche i big. La scorsa settimana Etsy, il marketplace americano online dedicato esclusivamente a vintage e handmade, ha comportato per 1,6 miliardi di dollari Depop, piattaforma nata dall’intuizione dell’imprenditore anglo-italiano Simon Beckerman. Depop, lanciata nel 2011 con base a Londra e ora attiva in tutto il mondo, è stata la prima a scommettere in tutto e per tutto sulla tendenza vintage della generazione Z, integrando gli elementi del social sulla sua app, con like, messaggi interni e sistemi di follow molto simili a Instagram. La community Depop conta oltre 30 milioni di utenti in 150 Paesi al mondo, il 90% sotto i 26 anni. Una generazione di acquirenti che fa gola anche ai brand, come testimoniano le collaborazioni di Depop con marchi come Benetton, che solo pochi giorni fa ha annunciato una partnership con la piattaforma per il recupero di capi vintage e iconici, statement pro sostenibilità e contro la moda usa e getta.

L’usato affascina e attrae una generazione che da un lato si allontana dalla fast fashion alla ricerca del pezzo unico e di qualità, dall’altro ha un minore potere d’acquisto e una maggiore coscienza ambientale. Una camicia o dei jeans di marca recuperati e personalizzati, a un decimo del prezzo di negozio, e a bassa carbon footprint: ecco come Depop viene incontro a tutte queste esigenze in un colpo solo. E in più ha saputo sfruttare il potere social assoldando influencer con connessioni trasversali e rimandi a Instagram. La pandemia anche qui ha dato lo sprint, spostando tutto online, lasciando le persone con più tempo per fare “pulizie di primavera” nei propri armadi e spesso con la voglia e la necessità di crearsi una fonte di entrate alternative, ha fatto decollare Depop verso quotazioni altissime, come dimostra il recente acquisto da parte di Etsy.

Ma Depop non è sola. A farle compagnia in Europa c’è Vinted, la maggiore app di compravendita di seconda mano, stimata oltre 4 miliardi di dollari, mentre negli Usa spopolano ThredUp e Poshmark, con un mercato globale che, secondo i dati di Boston Consulting Group, vale annualmente oltre 40 miliardi di dollari ed è destinato a crescere del 20% l’anno per i prossimi 5 anni.

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