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Libri: 'Io sono il Fiume', romanzo di esordio di Mario Santamaria

07 luglio 2019 | 15.29
LETTURA: 7 minuti

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"Io sono il fiume" per l’Erudita (Giulio Perrone Editore) è il romanzo d’esordio di Mario Santamaria, 48enne romano con una laurea in Antropologia, un lavoro nella comunicazione universitaria e una passione per la scrittura. “Io sono il fiume” è la storia di due generazioni, di un figlio inseguito dal fantasma ingombrante del padre e del sogno dell’uomo di governare il tempo. È la storia di tre scienziati e della loro avventura, partita da una domanda con troppe risposte: quanto dura il presente? È la storia di Appo e Bliss. Del viaggio attraverso le Fasce Esterne che riscriverà più volte le loro vite. È la storia di Roma, devastata dai bombardamenti e ridotta a un pugno di quartieri protetti dal Recinto. Il suo nome, proibito. È la storia di un uomo senza scrupoli che minaccia l’ordine universale, spinto da un’ossessione che chiama amore.

Con uno stile asciutto che concede poco ai fronzoli, Santamaria accompagna il lettore in un viaggio avvincente attraverso ciò che resta della città. Un randagio opportunista e una combattente stremata partono per quello che all’inizio sembra solo il tentativo disperato per salvare la vita di lei. Un tentativo più volte interrotto dai dubbi, dai conflitti, dagli eventi, dalle altre forze in campo. Ostacoli che fanno presto emergere il vero nodo da sciogliere. Nel passato qualcosa non è andato come avrebbe dovuto. Qualcosa che ha cambiato per sempre le loro vite. Qualcosa che ognuno di quelli che sanno, racconta in maniera diversa.

Uno dei temi portanti attorno a cui ruotano le due linee narrative di “Io sono il fiume” è il tempo. Il tempo di Newton, che “scorre come il fiume” e ci trascina via. E il tempo che, secondo le teorie contemporanee, in realtà non esiste. Il tempo che percepiamo, ma non scorre, perché il fiume siamo noi stessi. In tempo che intrappola e strattona i personaggi. Li spinge ad agire e poi li inganna.

In un’epoca come la nostra, che resuscita i muri, Santamaria mette a custodia di Tiberia – la Roma sopravvissuta – un recinto. Una rete metallica che protegge i palazzi restaurati del centro dalla devastazione di ciò che si agita nei Quadranti, nelle terre contese. Un recinto con una caratteristica in più: fin dall’inizio non è mai chiaro se chi sta dentro sia in gabbia o protetto, e chi sta fuori sia escluso o, invece, libero. Un recinto che tiene lontano e racchiude allo stesso tempo. Ma un recinto violabile. Ed è proprio Appo, il randagio protagonista, ad andare e venire a suo piacimento, per non essere né di qua né di là, per evitare di appartenere.

Ogni personaggio di “Io sono il fiume” è spinto dalla propria ossessione. Un concetto, un’idea che genera scelte, distrugge relazioni. Un principio a cui vale la pena sacrificare tutto il resto. Che si tratti della libertà o del potere, dell’amore o della scienza fa poca differenza.

Mario Santamaria nasce a Roma nel 1971. Laureato in Antropologia, è il responsabile della comunicazione della Crui, l’associazione delle università italiane. Negli anni ’90 una sua storia breve viene inserita in una raccolta edita dal Comune della sua città. Nel 2008 pubblica a quattro mani Le favole di Nonna Viola, un testo per ragazzi. Nel 2014 dà vita a Narrabit, un blog di racconti. Nel 2016 esce La sezione profonda, (L’Erudita, Gruppo Perrone Editore). Nel 2017 vince il Premio Letterario Roberto Iannilli. Alcuni suoi racconti sono apparsi su Mag O, e nelle antologie Maschere (L’Erudita) e Trame Verticali (Edizioni Il Lupo). “Io sono il fiume” è il suo primo romanzo.

Il tempo sembra il grande protagonista del romanzo. Ma quindi, esiste o non esiste? "Nel libro - spiega Santamaria all'Adnkronos - ci sono due storie che si intrecciano. Due generazioni. Genitori e figli. E in effetti, in quella che si svolge nel passato, ci provano in tre a mettere in crisi il nostro concetto di tempo. Quello dell’orologio, quello che scorre e non ci puoi fare niente. Esiste o non esiste? Di sicuro esistono i cambiamenti. E spesso scambiamo questi per quello".

"Per capire cosa succede nella storia - aggiunge - provo a fare un esempio. Se tocchi un tavolo senti la sua superficie. Liscia o ruvida che sia. Non senti altro. Ma lo sai per certo che là sotto ci sono molecole con strutture particolari, atomi, particelle. Ma il tatto non ti permette di sentirli. Ecco, una parte della Fisica contemporanea sostiene che per il tempo sia lo stesso. Al livello macroscopico vedi gli effetti del suo scorrere. Ma là sotto potrebbe essere tutto fermo. La nostra percezione - sottolinea - potrebbe essere solo il frutto della superficialità dei nostri sensi. Non solo. L’evoluzione non ci ha nemmeno dotati di un organo che “sente il tempo”. Magari ha tentato di avvertirci".

L’altra storia quella nel presente, è di fatto un viaggio di scoperta, di “formazione”. Un viaggio a ritmo serrato, pieno di ostacoli. Come mai una soluzione così tradizionale in un romanzo che decisamente non lo è? "Ormai - spiega ancora Santamaria - le storie sono state raccontate tutte. E secondo me il “come” sta diventando sempre più importante del “cosa”".

"In questo caso - prosegue Santamaria - il viaggio è motivato dall’emergenza. La vita di Bliss è in pericolo, ma Appo resiste. In realtà quel viaggio non vuole farlo. Il noto e la zona di confort sono sempre meglio di ciò che ci aspetta lontano, dove non riusciamo a vedere. E questo anche se i luoghi che dovranno attraversare, Appo li conosce bene. Sono quelli dei suoi traffici, soprattutto quelli illeciti. Evidentemente ciò che all’inizio lo trattiene, e poi lo spinge, è altro. E’ il fatto di sapere. Il timore e, allo stesso tempo, il desiderio di sapere da dove vieni. Che però ti costringe a rimettere in dubbio chi sei. Non solo. La verità che cerca viene più volte rimessa in discussione. A un certo punto sembra quasi sfuggirgli, intrappolata com’è nella rete delle diverse versioni del passato, che cambia a seconda di chi lo racconta".

Quanto al suo futuro e ai suoi progetti Santamaria annuncia: "ho iniziato un altro romanzo. Una vicenda familiare ambientata in una valle del sud. La fase di ricerca è stata lunga e ora si tratta di scrivere la storia. Ma soprattutto di scriverla come vorrei scriverla. Non è tanto il “cosa” che mi preoccupa in questo caso, quanto il “come”. Ci vorrà un po’, ma - conclude - è proprio questo che mi piace della scrittura. La fatica che ci vuole ad arrivare dove vuoi arrivare".

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