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Iran, il figlio dell'ultimo Scià di Persia: "Con Rohani nulla è cambiato, lavoro per la democrazia"

23 ottobre 2014 | 14.36
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Reza Ciro Pahlavi in un'intervista ad Aki-Adnkronos International non risparmia critiche al nuovo presidente: "E' come i predecessori, vuole guadagnare tempo con l'Occidente". E sottolinea: "Voglio portare il mio Paese a tenere elezioni libere e regolari". Sull'Is: "Minaccia sottovalutata, si rischia una terza guerra mondiale". L'appello ai connazionali: "Manifestino per salvare Reyhaneh"

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Reza Ciro Pahlavi

Un Iran democratico, dove sia demandata al popolo la decisione sulla forma di governo da adottare, tra "monarchia parlamentare e repubblica". Questo il progetto politico a cui lavora il figlio dell'ultimo Scià di Persia, Reza Ciro Pahlavi, che in un'intervista ad Aki-Adnkronos International non risparmia critiche al nuovo presidente Hassan Rohani e analizza il ruolo di Teheran nei negoziati sul nucleare fino alla minaccia rappresentata dai jihadisti dello Stato islamico (Is).

Il figlio maggiore di Mohammad Reza Pahlavi, costretto all'esilio negli Usa insieme alla sua famiglia dopo la rivoluzione islamica del 1979, è oggi a capo dell''Iran National Council for free Elections', un'organizzazione nata nel 2013 con "un obiettivo semplice: portare il nostro paese a tenere elezioni libere e regolari". Prima - spiega - è necessario far cadere "il regime attraverso atti non violenti di disobbedienza civile".

Reza Ciro Pahlavi è convinto che "il regime iraniano non possa essere riformato dall'interno". A questo hanno contribuito "vari elementi inseriti nella Costituzione, come ad esempio il potere di veto finale riservato alla Guida Suprema, che non viene eletto - prosegue - E' per questo che i vari presidenti che si sono succeduti seguono la stessa politica dall'inizio (della rivoluzione, ndr). Non vedo alcuna differenza nel loro operato".

Neanche il nuovo presidente, il moderato Hassan Rohani, suscita nel figlio dello Scià particolari speranze di cambiamento. "Il regime ha spesso ingannato l'Occidente dando un'immagine di moderazione, come accaduto durante l'era Khatami (l'ex presidente riformista 1989-1997). L'obiettivo era prendere tempo - afferma - Oggi accade lo stesso con Rohani, che ancora una volta ha la stessa agenda, ovvero guadagnare tempo - anzi io dico perdere tempo - durante i negoziati sul nucleare".

Il figlio dello Scià analizza quindi l'annosa questione del contestato programma nucleare iraniano, spiegando perché a suo modo di vedere "è facile comprendere i motivi per cui il regime necessita della bomba atomica".

"Senza deterrenza nucleare - dichiara Pahlavi - il regime non sarebbe in grado di alzare o abbassare il livello della tensione militare nella regione. In caso di confronto tra forze armate convenzionali, infatti, verrebbe sconfitto dalla superiorità delle forze alleate. Con la bomba, invece, il regime sarebbe in grado di imporre la sua egemonia a livello regionale e garantirsi la sopravvivenza". "Inoltre - aggiunge - dai rapporti dell'Aiea agli ordini di Khamenei di aumentare il numero di centrifughe (per l'arricchimento dell'uranio, ndr), difficilmente riesco a credere che vedremo passi in avanti nei negoziati".

Nell'ultima parte dell'intervista, Pahlavi parla dell'offensiva dell'Is nella regione, spiegando che il gruppo "in un certo modo è una conseguenza della natura del regime clericale. Nel 1979 - sottolinea - Khomeini fondò una teocrazia moderna di tipo sciita. Il suo regime costantemente minacciò i vicini provando a esportare la sua ideologia. Il campo sunnita non è rimasto in silenzio. Ora vediamo la rappresaglia, stavolta sotto l'insegna dell'ideologia radicale sunnita".

Il figlio dell'ultimo Scià, morto al Cairo nel 1980 dopo una lunga malattia, si dice quindi convinto che "il regime dei mullah a Teheran ha beneficiato dalla crisi regionale. Infatti ha provato a destabilizzare i paesi più vicini in uno scellerato gioco di sopravvivenza e ha represso i suoi cittadini".

"L'Occidente ha sottovalutato la minaccia in Medio Oriente, che ora è degenerata. Il gioco è andato fuori controllo e al momento né il regime clericale né l'Occidente possono cambiare le cose - afferma - A mio modo di vedere esiste un'unica soluzione: la democratizzazione perché la mancanza di libertà e di opportunità economiche sono alla radice dell'estremismo nella regione. Il mondo libero deve prendere una decisione chiave una volta e per tutte: aiutare la gente della regione, permettendo loro di liberarsi dei regimi indesiderati. Se si manterrà lo status quo, c'è il rischio potenziale di una terza guerra mondiale".

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