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Kerry a Hiroshima, fiori al memoriale ma non scuse. Preludio per una visita di Obama?

10 aprile 2016 | 18.57
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Il G7 dei ministri degli Esteri in Giappone con Federica Mogherini, il canadese Stephane Dion, il britannico Philip Hammond, il giapponese Fumio Kishida, l'americano John Kerry, il ministro Paolo Gentiloni e il francese Jean-Marc Ayraul(AFP PHOTO) - (AFP PHOTO)

John Kerry deporrà domani fiori al memoriale che a Hiroshima ricorda la tragedia del 6 agosto 1945, quando una bomba atomica americana uccise 140.000 persone. Il segretario di Stato americano, in Giappone per il G7 dei ministri degli Esteri, non chiederà però formalmente scusa per quanto accaduto da parte degli Stati Uniti.

C'è però ora "il sentimento crescente all'interno della Casa Bianca" che anche Barack Obama possa visitare Hiroshima, il 'ground zero' del nucleare, dove è stata sganciata la prima bomba contro un obiettivo reale. Un'esplosione che, insieme a quella di Nagasaki tre giorni dopo, ha posto fine alla Seconda guerra mondiale.

Non lo ha mai fatto nessun presidente americano nel timore che una visita del genere potesse essere interpretata come una richiesta di scuse. "Nessuna decisione finale è stata ancora presa, ma i consiglieri hanno iniziato a esplorare la possibilità che Obama possa trascorrere alcune ore a Hiroshima a maggio, dopo aver preso parte al vertice G7 di Ise-Shima, a metà strada fra Tokio e Hiroshima", scrive il 'Washington Post' mentre il segretario di Stato Kerry ha preso parte alla riunione dei ministri degli Esteri del G7, la prima visita di un segretario di Stato americano.

Obama, spiega una fonte dell'Amministrazione, potrebbe tenere un discorso, con gli stessi temi relativi alla non proliferazione del suo intervento a Praga nel 2009.

La sua visita a Hiroshima sarebbe un "grandioso gesto simbolico al servizio dell'obiettivo che rimane al di là di ogni speranza di raggiungimento", ovvero un mondo senza armi nucleari, l'idea con cui Obama si è presentato alla Casa Bianca otto anni fa. Un modo di riconoscere la storia senza venirne "imprigionato", aggiungono le fonti americane.

Malcelato il desiderio, da parte di alcuni ambienti del governo giapponese, che il presidente americano rimandi la visita a dopo la sua uscita dalla Casa Bianca, nel timore che l'occasione possa riaprire il dibattito, negli Usa, sul passato imperiale del Giappone e complicare l'agenda del premier Shinzo Abe in materia di sicurezza, emerge dalle interviste del quotidiano americano. Ma, sottolineano le fonti della Casa Bianca, non c'è stata alcuna obiezione, pubblica o privata: Abe ha diversi consiglieri con opinioni diverse, si precisa a Washington.

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