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La crisi dei microchip fa salire il costo delle auto usate

22 luglio 2021 | 08.04
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La carenza di semiconduttori ha determinato ritardi di consegna sui nuovi modelli di smartphone e auto e una sorprendente crescita dei prezzi dell'usato: dai device alle macchine.

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Tutto quello che sappiamo sulle auto usate è sbagliato. Primo fra tutti: un’auto perde di valore nel momento in cui esce dalla concessionaria. Ma secondo i dati di Moody’s analitics, i prezzi delle auto usate negli Stati Uniti sono saliti del 34% durante il 2020 e del 10% nella prima metà del 2021 per colpa della carenza di componenti elettronici. Il motivo è un mix di fattori. La pandemia, con i lockdown e il conseguente aumento della domanda di device elettronici, ha fatto decollare la richiesta di microchip proprio nel momento in cui le aziende avevano preventivato tagli alla produzione. I semiconduttori sono stati dirottati sul mercato dei device e si è generata dunque una carenza ancora maggiore nell’automotive, che in alcuni casi ha dovuto bloccare o rallentare l’uscita dalla fabbrica di alcuni modelli. Al che, qualcuno ha scelto di aggirare l’ostacolo tornando a cruscotti con strumentazione analogica. Ma quando, con l’allentarsi delle restrizioni sugli spostamenti, la domanda di auto ha ricominciato a salire, i problemi si sono fatti ancora più evidenti.

Chi ne ha beneficiato è stato il mercato dell’usato, che ha visto i prezzi continuare a salire ben al di sopra dei valori pre-pandemici. Secondo i dati di Moody’s, negli Stati Uniti una Toyota Hi-Lux con 30mila km vale quasi il prezzo della stessa auto nuova di fabbrica. Ma ci sono modelli che si stanno comportando in modo ancora più stravagante. Riporta Forbes che, secondo il portale di annunci iSeeCars, un SUV Kia Telluride in buone condizioni si vende in media a 3500 dollari in più rispetto al nuovo. Un’altra tendenza ancora, sempre documentata da Forbes, è la rivalutazione di auto con più di 150mila chilometri alle spalle, che nell’ultimo anno sono aumentate di valore fino al 30% in più, invece che diminuire con il passare del tempo. E ora sembra che la crisi dei semiconduttori stia arrivando anche agli smartphone.

I produttori erano riusciti a tenersi fuori dalla crisi finora, dato che solitamente fanno i loro acquisti di componenti con un semestre di anticipo. Ora però stanno finendo le scorte Le spedizioni sono più lente, i consumatori stanno sperimentando i primi aumenti di prezzo, e alcuni produttori stanno ritardando il release di nuovi modelli. Per Samsung si prevede un calo del 20% nelle spedizioni attese per il prossimo trimestre, e Alphabet (di proprietà di Google) ha annunciato che il suo nuovo modello, il Pixel 5a 5G, sarà disponibile per il momento solo negli Stati Uniti e in Giappone. Problemi anche per Xiaomi. Il modello Mi 11 Ultra sarebbe dovuto arrivare in India in aprile, ma invece ha accumulato ritardi fino a inizio luglio. E il Redmi Note 10, annunciato a 161 dollari, si vende a 174 dollari, l’8% in più.

Chi ancora si salva è Apple, che gestisce circa un sesto dell’intero mercato degli smartphone (1,3 miliardi di device venduti ogni anno), e che è riuscita a usare la sua influenza sulla supply chain per non rimanere vittima della crisi dei microchip. Lo stesso vale per alcuni modelli premium Samsung. Ma a parte queste eccezioni, l’80% dell’industria sta accusando il colpo, proprio in un momento in cui la domanda continua a crescere, dopo essere stata sostenuta dalla necessità di device in lockdown, ed è spinta ora dai primi cenni di ripresa che portano i consumatori a ricominciare a spendere.

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