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Terrorismo: guerra a Is sbarca su Twitter, è caccia a sostenitori califfato

25 marzo 2015 | 13.04
LETTURA: 4 minuti

Un esercito di 'vigilanti' setaccia ogni angolo del social media alla ricerca di account sospetti.

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Nascondono la loro identità dietro nomi utenti come 'Is Hunting Club', 'TouchMyTweets' e 'The Doctor'. Il loro terreno di caccia preferito è Twitter, la nota piattaforma di microblogging, e ogni giorno, per ore, setacciano ogni angolo del web alla ricerca di account sospetti. Nel mirino hanno i sostenitori dello Stato islamico (Is) e il loro obiettivo è bloccare la propaganda dell'autoproclamato 'califfato' sul web.

Quest'esercito di "vigilanti" - come li definisce il New York Times - è composto da gruppi di hacker, che spesso hanno una loro agenda politica, e singoli individui uniti dalla volontà di limitare l'uso aggressivo che l'Is fa dei social media, in particolare di Twitter, spesso usato dai jihadisti per veicolare i video dei loro crimini che hanno terrorizzato l'Occidente.

Nella pratica il loro 'compito' è compilare delle blacklist indicando gli account sospetti agli organismi creati dai social network per denunciare violazioni. Gli hacker anti-Is, inoltre, incoraggiano altri utenti a denunciare a loro volta i sostenitori del 'califfato'. Sarà poi Twitter a decidere se sospendere, chiudere o mantenere online l'account segnalato.

"Fondamentalmente il nostro lavoro non solo punta a paralizzare la loro propaganda, ma gli fa anche sprecare tempo", ha spiegato 'The Doctor', uno degli hacker anti-Is che ha accettato di raccontare via chat il suo 'lavoro' dietro anonimato.

Alcuni di questi 'vigilanti' hanno costruito delle alleanze puntando sulla capacità di fare network. E' il caso di Anonymus, che nei mesi scorsi - in seguito all'attentato al giornale satirico 'Charlie Hebdo' - ha dichiarato guerra allo Stato islamico. Oppure di altri gruppi come GhostSec, che può contare su oltre seimila attivisti, e CntrlSec.

"Faccio questo perché mi fanno infuriare le atrocità commesse dall'Is che vedo ogni giorno", ha spiegato un'utente chiamata 'TouchMyTweets', che paragona i suoi attacchi hacker ai "raid aerei" della coalizione internazionale contro obiettivi dell'Is in Siria e Iraq.

Quando un account sospeso viene chiuso i 'vigilanti' celebrano l'evento pubblicando il nome dell'utente cancellato accompagnato dall'hashtag '#Tango Down', espressione usata di solito dai commando dell'antiterrorismo per indicare l'eliminazione di un obiettivo.

Lo sforzo degli hacker anti-Is si concentra su Twitter, piattaforma dove ogni giorno compaiono qualcosa come 500 milioni di messaggi, le cui potenzialità sono sfruttate al massimo dai jihadisti. Secondo alcune stime, sono attivi al momento tra i 70mila e i 90mila account riconducibili allo Stato islamico che usano il social per pubblicare le immagini dei loro crimini, minacciare l'Occidente o reclutare nuovi sostenitori. Tutto questo in modo indisturbato, data l'impossibilità di monitorare ogni singolo messaggio che va online.

Al momento non è possibile stabilire se l'azione dei 'vigilanti' stia effettivamente ostacolando la propaganda dell'Is né quanti account di sostenitori del califfato siano stati chiusi. Twitter ha laconicamente spiegato in un'email al New York Times che la sua policy prevede la verifica di tutte le segnalazioni di account sospettati di aver violato le regole dell'azienda, come l'utilizzo della piattaforma per postare "minacce dirette di violenza nei confronti di altri".

I cyber-attivisti dello Stato islamico, tuttavia, non sembrano voler subire passivamente l'azione dei 'vigilanti' del web. Alcuni account di presunti jihadisti pubblicano liste di utenti dai quali stare in guardia e invitano i propri follower a cambiare spesso il nome utente per evitare di essere rintracciati e poi cancellati. Dalla fine di febbraio - ha riferito il sito d'intelligence Site - circola sul web un manuale per aggirare la richiesta di Twitter che chiede il numero di cellulare e l'indirizzo email ai nuovi utenti che vogliono registrarsi.

Poche settimane fa infine sono stati pubblicati alcuni 'cinguettii' in arabo che contenevano messaggi di morte nei confronti del fondatore di Twitter, Jack Dorsey. Le minacce erano accompagnate da immagini sinistre che mostravano la decapitazione del simbolo del social, un uccellino blu.

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