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La storia di Anna: "Ad Azovstal con mio figlio neonato e mio marito prigioniero dei russi"

11 giugno 2022 | 13.20
LETTURA: 4 minuti

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Anna Zaitseva

"Siamo entrati ad Azovstal il 25 febbraio come una famiglia. Oggi mio marito è prigioniero dei russi, detenuto chissà dove e in chissà quali condizioni, ferito a una gamba e col rischio di vedersela amputata per l'impossibilità di intervenire chirurgicamente. Ho 24 anni, ma è come se avessi sulle spalle il peso di una vita intera. La sera chiudo gli occhi e torno alla spensieratezza, rivedo la mia casa. Il giorno li apro, penso al mio bambino e alle ripercussioni che si porterà dietro". Anna Zaitseva è una giovanissima ucraina, insegnante di francese, che per quasi tre mesi ha trovato nella ex acciaieria di Mariupol un riparo dalle bombe insieme ad altri 74 civili, 17 dei quali bambini, anche piccolissimi come suo figlio. All'Adnkronos racconta la sua storia e lancia un messaggio a suo marito, di cui non ha più notizie da quasi un mese.

"Nella prima settimana è stato con noi, ma essendo lui un militare professionista, che ha prestato servizio nella Marina e nel 2014 ha combattuto nella guerra nel Donbass, si è unito ai militari effettivi. L'ultima volta che l'ho sentito è stato il 16 maggio - spiega - prima che iniziasse l'evacuazione da Azovstal. Mi ha detto che mancava completamente il cibo, che non c'era ormai più acqua potabile. C'erano ovunque, intorno a lui, persone con arti amputati ma mancavano gli antidolorifici. Ha aggiunto che lui stesso era stato ferito da un cecchino a un ginocchio e che per 24 ore ha aspettato di essere medicato su un terreno di calcestruzzo. Sono riuscita a vederlo in un video girato dai media russi e che mi ha inviato una amica francese: camminava grazie a due bastoni, ha detto di essere ferito e che gli era stato ordinato di lasciare Azovstal".

Lei, che con i suoi genitori e il bambino ha vissuto nello stabilimento ricorda: "Per me la difficoltà più grande è stata sfamare mio figlio, anche perché all'inizio della guerra, a causa dello stress, mi è andato via il latte e ho dovuto iniziare subito con le pappe che i militari ci portavano dai magazzini distrutti. Quando sono finite quelle, a me e alle altre mamme, portavano del latte e dello zucchero, ma finiti anche quelli abbiamo iniziato col semolino, se non altro per farli sopravvivere. Per prepararlo riscaldavo l'acqua in una tazza d'acciaio appoggiata su delle candele. Intanto il mio bambino cresceva, i vestiti che avevo preso nella fuga gli stavano ormai stretti, così li tagliavo con le forbici perché non lo costringessero troppo".

"Il 2 marzo, nel rifugio in cui trovavamo vicino all'ingresso di Azovstal, è caduto un razzo - aggiunge Anna all'Adnkronos - Grazie ai civili, agli operai che lavoravano nello stabilimento e a un'ambulanza che sono riusciti a trovare, ci siamo spostati. Già allora non c'era più alcuna connessione mobile per comunicare, le uscite erano state minate dai militari ucraini per motivi di sicurezza e non potevamo più vedere la luce. Ogni giorno lì dentro - ricorda senza più trattenere le lacrime - pensavamo che non ne saremmo mai usciti vivi, credevamo che il mondo non sapesse nulla di noi. Solo i militari che entravano ci aggiornavano, raccontavano che la città era ormai accerchiata, completamente occupata. Lì dentro Orest, il fotografo del reggimento Azov, ci faceva foto e video. Indosso ancora la maglietta con un suo scatto. Ai più piccoli cercavamo di diversificare il cibo, quando abbiamo finito il cibo portato da casa e le scorte condivise coi militari, più che altro mangiavamo zuppe, pasta, mais. Era una continua ricerca di carburante per alimentare i generatori elettrici e di acqua imbottigliata. I bagni non funzionavano e dovevamo utilizzare i secchi".

"Non dimenticherò mai il sostegno che ci hanno fornito i militari, soprattutto dopo che il 25 aprile un razzo ci ha di fatto seppellito lì dentro. Loro hanno diviso con noi il cibo e l'acqua, hanno fornito aiuto medico. Non dimenticherò - continua la giovane mamma - i tentativi di evacuazione, mentre i russi stavano a guardare dagli elicotteri e nonostante i bambini continuavano ad attaccare. Non dimentico i prigionieri, mio marito che gravemente ferito a una gamba è con loro. Ora mi trovo a Yaremche, a ovest dell'Ucraina, viviamo in una chiesa, anche con i miei genitori. La mia casa mia non esiste più, distrutta da un incendio a causa dei continui attacchi: mi hanno mandato anche foto e video, è tutto quello che mi resta. Ci tornerò quando Mariupol tornerà ad essere completamente ucraina e i nostri ragazzi usciranno di prigione".

"Prima di andare a dormire, l'ho fatto anche ieri sera, rileggo le conversazioni con mio marito su Instagram - dice ancora Anna - In questo modo lo sento ancora con me. A mio marito, attraverso di voi, dico che lo amo molto e che sto facendo di tutto per far tornare a casa lui e gli altri militari. Non so quanti siano, i media parlano di 2500 ma credo siano molti di più: troppi quelli di cui non sono presenti i nomi negli elenchi o che risultano scomparsi".

(di Silvia Mancinelli)

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