cerca CERCA
Domenica 22 Maggio 2022
Aggiornato: 23:53
Temi caldi

Lav: tonnellate di carne selvatica nei nostri piatti senza controlli

13 maggio 2021 | 16.24
LETTURA: 3 minuti

alternate text

La Conferenza Stato-Regioni ha approvato, il 25 marzo scorso, le nuove linee guida sull’igiene delle carni di selvaggina selvatica, ovvero quella proveniente dalla caccia e dai piani di abbattimento. Ma per la Lav il documento, che dovrebbe regolare la produzione e il controllo delle carni di selvaggina, presenta aspetti allarmanti per l’igiene e la salute pubblica, e per questo l'associazione ha inviato una lettera ai ministri della Salute Roberto Speranza e della Transizione Ecologica Roberto Cingolani per denunciare la situazione. Perché c'è la possibilità, sottolinea Lav, che tonnellate di selvaggina vengano immesse sul mercato e finiscano nel piatto dei cittadini, senza passare per il normale sistema di controlli igienico-sanitari previsto per la carne proveniente da animali allevati.

In particolare, le linee guida consentono di destinare gli animali uccisi dai cacciatori, nel contesto dell’attività venatoria o di controllo faunistico, all’autoconsumo o direttamente al consumatore finale, o a esercizi commerciali, come ad esempio i ristoranti. A ciò si accompagna la facoltà per le Regioni di attuare azioni di monitoraggio degli animali selvatici considerati portatori di zoonosi trasmissibili all’uomo, come ad esempio trichinellosi, echinoccocosi, toxoplasmosi, brucellosi, tubercolosi etc.

“Tradotto in termini estremamente pratici – spiega Massimo Vitturi, responsabile Lav Animali Selvatici – ciò significa che ogni anno milioni di animali cacciati, sventrati e manipolati sul luogo dell’uccisione o in contesti privati, con rischi di diffusione di patogeni, come in veri e propri wet market di casa nostra, finiscono sulle tavole dei cittadini o dei ristoranti, o in esercizi commerciali come macellerie e supermarket, senza reali garanzie per il consumatore".

Per quanto riguarda il consumo personale, nota la Lav, le linee guida non prevedono controlli sanitari puntuali sugli animali uccisi e consumati direttamente dai cacciatori e dai loro conoscenti e familiari, fatta eccezione per una generica “incentivazione” della ricerca di Trichinella. Considerando che in Italia i cacciatori sono circa 500.000, e calcolando anche le persone a loro stretto contatto, ciò significa che almeno un paio di milioni di persone sono esposte al rischio di contrarre una malattia zoonotica, diventando a loro volta diffusori esponenziali del patogeno.

Con la fornitura diretta di piccoli quantitativi, il rischio sopra descritto viene ulteriormente incrementato, infatti è consentito al singolo cacciatore di fornire “piccoli quantitativi” di selvaggina direttamente al consumatore finale o agli esercizi commerciali. Solo in questo ultimo caso, ovvero gli esercizi commerciali ivi compresi i ristoranti, le Regioni possono richiedere l’ispezione post-mortem e comunque ciò avverrebbe solo dopo che il cacciatore ha provveduto in autonomia all’eviscerazione e alla gestione della carcassa dell’animale, attività che di per sé comportano rischi di diffusione di malattie.

Ma cosa si intende per 'piccole quantità'? Leggendo la tabella fornita dalle linee guida per individuare il numero di animali che ogni cacciatore può cedere nel corso dell’anno, "scopriamo che tale quantitativo assume valori estremamente preoccupanti se parametrato alla popolazione venatoria - fa sapere Lav - Ipotizzando una stima molto conservativa pari a 200.000 cacciatori che forniscono direttamente a terzi piccoli quantitativi di carne di selvaggina, abbiamo che 400.000 cervi adulti, pari a 28.000 tonnellate di carne, oppure 800.000 cinghiali, pari a 32.000 tonnellate di carne, o ancora 1.600.000 caprioli, pari a 19.000 tonnellate di carne, o 5.000.000 di lepri, pari a 14.000 tonnellate di carne, o infine 40.000.000 anatre, pari a 14.000 tonnellate di carne, potrebbero essere ceduti o immessi in esercizi commerciali senza alcuna garanzia dal punto di vista sanitario".

Infine, le linee guida dispongono che “il capo di selvaggina selvatica grossa, una volta abbattuto, deve essere privato dello stomaco e dell'intestino il più rapidamente possibile e, se necessario, dissanguato”, sottintendendo che sia lo stesso cacciatore a farlo, spesso sul posto dell’uccisione, e senza alcun controllo sanitario preventivo. Per Lav, quindi, le linee guida sono "gravemente carenti circa la sicurezza sanitaria.

Per questo motivo, Lav ha scritto ai ministri della Salute e della Transizione Ecologica, chiedendo il loro rapido intervento: "è necessario e urgente rivedere le linee guida, inserendo l’obbligo di svolgere adeguate indagini sanitarie a opera di personale specializzato, sui corpi degli animali uccisi, prima che questi entrino in contatto con qualsiasi persona, a cominciare dagli stessi cacciatori", chiede Lav.

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche
ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza