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Lavia porta Pasolini in Tunisia per il 'Fortissimo Festival'

22 settembre 2022 | 17.56
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L'attore e regista domani sera all'anfiteatro romano di El Jem: "Sto pensando anche a un futuro recital di sue poesie, 'Parole di figlio' è il titolo che ho scelto"

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Gabriele Lavia a Mahdia in Tunisia con Filippo Arlia, direttore del "Fortissimo Festival" - (foto AdnKronos)

"Sto pensando di preparare un recital di poesie di Pasolini e ho trovato anche il titolo, 'Parole di figlio', lo voglio proprio intitolare così". E' quanto annuncia Gabriele Lavia, giunto a Mahdia sulla costa tunisina , per partecipare domani sera nell'anfiteatro romano di El Jem al 'Fortissimo Festival', dove proporrà uno spettacolo teatral-musicale, dal titolo 'Lo scrittore di musica', con le poesie di Pier Paolo Pasolini recitate assieme all'attrice Federica Di Martino, intervallate da brani composti da Chopin, Bach, Mozart e Beethoven ed eseguiti dal quintetto d'archi dell'Orchestra Filarmonica della Calabria diretta da Filippo Arlia, che è anche il direttore artistico del 'Fortissimo Festival'.

"Abbiamo scelto le poesie di Pasolini che ci sembravano più adatte all'occasione e magari anche quelle che ci piacevano di più - spiega Lavia - Non sono poesie facilissime, perché afferiscono a un modo di concepire la poesia che, varcando il Novecento, diventa più complessa; anche se Pasolini ha una poetica 'agra', basti pensare al verso 'è difficile dire con parole di figlio a chi così poco io assomiglio' parlando della madre... Sono poesie meravigliose, perché Pasolini era un grande poeta. Ho avuto l'occasione e la fortuna di conoscerlo personalmente, due volte. La prima volta fu quando all'Accademia nazionale d'arte drammatica 'Silvio D'Amico', che io frequentavo come allievo, ce lo presentò in classe il nostro insegnante di storia del teatro Giorgio Bassani".

Poi, continua Lavia, "Pasolini mi chiamò perché voleva fare un lavoro al teatro Stabile di Torino e me lo propose dicendomi 'ti vorrei, ma io non ho soldi, tu dovresti venire senza percepire una lira' e io gli risposi 'io sarei felice di lavorare con te, ma poi cosa dico al mio padrone di casa? Che sto lavorando con Pasolini ma non prendo una lira? Questo è il mio mestiere, non il mio passatempo: è il mio lavoro, non sono ricco di famiglia e tu, che dovresti essere di sinistra, queste cose le dovresti capire'... E così tutto sfumò. Poi, piangemmo tutti quando fu barbaramente ucciso".

Gabriele Lavia allarga poi il discorso al mondo del teatro: "Il teatro è solo a memoria: ci sono miei colleghi che leggono, ma sono baggianate - afferma l'attore e regista - E comunque il dire è sempre un 'io' che parla, c'è sempre un tradimento di fondo in senso etimologico, perché trasferisce da altro, da una astrazione. Anche se recito Shakespeare, lui ha scritto il testo, un altro lo ha tradotto e io lo 'tradisco' recitandolo, la fedeltà al testo non esiste, non può esistere, non ha significato. La stessa parola 'ipocrita' con cui si definiva l'attore vuol dire 'nascosto sotto' e gli attori si chiamavano così perché avevano 'qualcosa messa sopra' il volto, la maschera che si chiamava 'prosopon' da cui teatro di prosa ovvero teatro di quell'essere che è nascosto sotto".

Teatro di cui, assicura, "il più grande che io abbia mai visto recitare è stato Turi Ferro: lui non era bravo, era un gigante! Per questo io non potrò mai recitare 'Il berretto a sonagli' di Luigi Pirandello a Catania, non posso farlo dove lo fece lui, era un attore 'di carne', presente cioè 'presso-ente', vicino alla carne degli spettatori": Quanto ai registi, Lavia propone una sua particolarissima teoria: "In genere, uno spettacolo è sempre peggiore di come un regista l'abbia immaginato, ma per fortuna alla fine nessuno se ne accorge...".

(dell'inviato Enzo Bonaiuto)

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