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Altaroma, con Artisanal intelligence in mostra l’abito sullo schermo

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Altaroma, con Artisanal intelligence in mostra l’abito sullo schermo

Un ambiente aperto ma stratificato che celebra la necessità di continuare a provare, a reinventare scene e costumi per ridare significato al quotidiano e trasmettere altri segnali. Le 'Prove tecniche di trasmissione' erano un programma sperimentale che, agli inizi degli anni ‘70, mandava in onda immagini studiate per provare gli effetti cromatici della nuova tv a colori. Oggi è anche il titolo della 14ma edizione di A.I. Artisanal Intelligence, progetto nato in seno ad Altaroma, la manifestazione che si apre domani nella capitale.


A.I. Artisanal Intelligence presenta questa volta, infatti, 'A.I. - Prove tecniche di trasmissione': una mostra che racconta la rappresentazione dell’abito sullo schermo, dalla tv degli anni Sessanta ad Instagram, proponendo una nuova forma di archiviazione. E, per la prima volta, promuove non solo il lavoro di giovani fashion designer e artigiani, ma anche di costumisti che si sono formati a Roma.

In collaborazione con l’Accademia di Costume & Moda, che nasce a Roma più di 50 anni fa creando la prima formazione che non divide moda e costume, con due famose Sartorie Teatrali, la Sartoria Farani di Luigi Piccolo e the One, e con Pompei per le scarpe, A.I. propone un percorso che attraversa la dimensione di separazione fra prova e trasmissione.

L’allestimento mette in discussione un concetto, comunemente accettato, di cronologia e definizione del bello in quello che è finito: la prova non è più un passaggio, ma è uno stato di perfezione perché ancora legata allo studio, alla sperimentazione, all’infinito. È anche lo spazio dove moda e costume si confondono in una dinamica creativa tipicamente romana. Tutto sarà concepito come un luogo fluido, dove la prova rappresenta la scelta temporanea e non definitiva, dove la trasmissione è lo schermo ideale in cui avviene la verifica di un progetto da mostrare agli altri.

L’opera dell’artista Isabella Ducrot apre il percorso espositivo che attraversa le fasi di preparazione, dallo studio puro sull’abito dell’artista ai tavoli di lavoro dei designer. Seguono i costumi di Farani dell’ultimo bianco e nero e del primo colore dei balletti della Rai, per arrivare al risultato finale dei costumi di Gianluca Falaschi: 'L’Italiana in Algeri' e 'Ciro in Babilonia', vincitore del premio Abbiati per i costumi, realizzati dalle sartorie Farani e the One per il Rossini Opera Festival. Le scarpe di Pompei per questi lavori rappresentano il punto di contatto tra abito e costume, anticipano tendenza e trend contemporanei.

La moda diventa lo strumento che celebra l’importanza del tempo, dell’esecuzione, dell’esercizio con il lavoro di sette brand italiani e tre stranieri selezionati per le loro caratteristiche che uniscono la visione alla concretezza della capacità di realizzazione. Per gli accessori sono state selezionate tre storie di artigianalità e design molto diverse tra loro: Wali Mohammed Barrech, Trakatan e Roberto Scarantino. Raccontano invece sperimentazioni e reinvenzioni del concetto di sartorialità Marie Louise Vogt, Bav Tailor, Fase Factory, Alisée Yin Chen, Apnoea, Giuseppe Buccinnà e Asciari. Il percorso della mostra si muove simultaneamente sui concetti di prova e trasmissione intesa come rappresentazione, sostenendo la teoria che l’abito è anche un costume di scena ed è uno dei più potenti mezzi di comunicazione.



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