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Calcio: Essere arbitro gay in Turchia, un calvario per Halil Dincdag

26 novembre 2014 | 15.41
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Il calvario di un 38enne che ha deciso di rendere pubblica la sua omosessualità, pagando la sua scelta con la perdita del posto di lavoro. L'uomo ora sta combattendo "fino all'ultimo respiro" una battaglia personale per tornare in campo

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L'arbitro turco Halil Dincdag sta vivendo un lungo calvario da quando ha reso pubblica la sua omosessualità ed ha finito per essere 'licenziato' dalla Federcalcio turca (TFF). L'arbitro ora sta combattendo una battaglia personale nei tribunali per tornare in campo. "Penso che vincerò. Io lotterò per questo fino all'ultimo respiro", ha detto a Berlino dova ha ricevuto il "Premio del Rispetto" dell'Alleanza contro l'omofobia che è stato consegnato da Klaus Wowereit, sindaco della capitale tedesca e uno dei politici gay più famosi della Germania. Piccolo di struttura e con la barba curata, l'arbitro 38enne è in viaggio attraverso la Germania per raccontare una storia iniziata cinque anni fa ed è ancora aperta con la sua battaglia nelle aule contro la federazione turca.

Dincdag è stato un arbitro di calcio per più di dieci anni a Trebisonda, nel nord-est della Turchia. Nel 2008 è dovuto andare a fare il servizio di leva nell'esercito ma ha sentito tutti i tipi di storie sul trattamento degli omosessuali. "Abuso, stupro, anche il suicidio", racconta. Per poter evitare il servizio militare ha rivelato ai medici il suo orientamento sessuale. E' stato sottoposto a controlli per settimane in una sezione di un ospedale militare, dove vengono collocati i malati mentali. Le Organizzazioni per i diritti umani hanno spiegato che l'esercito turco considera l'omosessualità una distorsione mentale.

Dincdag è stato finalmente congedato per "distorsione psicosessuale", ma non è potuto tornare ad arbitrare perché la federazione non gli ha prolungato il contratto. La ragione ufficiale: non aveva abbastanza qualità. L'arbitro ha presentato ricorso contro il provvedimento, ma quando la sua storia è apparsa su una rivista sportiva si è reso conto che i media non lo avrebbero lasciato in pace ed ha deciso di eliminare tutti i dubbi, annunciando la sua omosessualità in televisione.

La mossa non ha aiutato le cose. Da allora ha anche perso il suo lavoro come commentatore radio e nonostante abbia inviato 150 domande per un posto di lavoro, non ha avuto successo. Ha perso molti amici che hanno preso le distanze da lui ed ha ricevuto anche minacce di morte. La situazione è iniziata a cambiare quando Dincdag ha finalmente lasciato Trebisonda e si è trasferito nella cosmopolita Istanbul, dove ha iniziato a lavorare come arbitro in un campionato non ufficiale ed ha fatto nuove amicizie.

La sua famiglia, che sapeva della sua omosessualità, gli ha dato pieno sostegno, anche finanziario. "Fino a cinque anni fa ha avuto come una montagna sulle spalle. Poi mi sono sentito leggero come un uccello", ha detto sollevato a Berlino. Ora non ha più paura. "Le cose non possono andare peggio".

Dincdag si è anche reso conto di non essere solo e che la sua lotta è diventato una speranza per tanti. "All'inizio era il mio problema personale, solo il mio", ha detto. Ma quando il suo caso è diventato pubblico ha cominciato a ricevere mail e lettere da altri arbitri turchi gay e atleti che gli hanno raccontato il loro caso e gli hanno chiesto consigli. "Poi ho capito che non era solo un mio problema". La storia si arricchirà di un nuovo capitolo giovedì, quando ci sarà una nuova udienza nel processo di Dincdag contro la federazione turca.

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