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L'inviato di 'Piazza Pulita': "Inchieste su Covid dimostrano che giornalismo italiano è vivo"

29 maggio 2020 | 14.10
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di Ilaria Floris

Un viaggio indimenticabile vissuto "dal punto di vista professionale ma anche da quello emotivo", che lascerà per sempre il ricordo della "potenza dei corpi inerti e dell'umanità e delle lacrime di medici e infermieri". E' un racconto forte e toccante quello che fa all'Adnkronos il giornalista Alessio Lasta, inviato di 'Piazza Pulita' che in questi mesi ha raccontato il Coronavirus attraverso reportage che hanno fatto il giro del mondo. "Il racconto che abbiamo scelto è quello in prima linea, il più possibile da dentro -dice Lasta- non accontentandoci di un racconto asettico, ma sfruttando tutte le potenzialità del mezzo televisivo, con un effetto 'di realtà' che svelasse da dentro le emozioni dei protagonisti".

Lasta è stato il primo giornalista ad entrare in una terapia intensiva, quella dell'ospedale di Cremona, realizzando un servizio che ha permesso per la prima volta al mondo di capire cosa fosse il Covid-19. "Per me quelle immagini hanno avuto un valore che va oltre il giornalismo, soprattutto una funzione civile -racconta- Quella di svelare il senso di un virus che non aveva ancora né una forma né un corpo. La tv ha adempiuto una funzione fondamentale, quella di far prendere consapevolezza alle persone che si trattava di un vero pericolo e quindi cambiare i loro comportamenti".

Immagini forti, in alcuni casi scioccanti. "Mi sono posto il problema deontologico di cosa volesse dire fare un racconto così duro, dove i corpi parlassero -ricorda l'inviato- La ripresa dei corpi in una situazione tra la vita e la morte è un problema che mi ha fatto tremare il sangue nelle vene. Bisognava avere la giusta misura nel raccontare". Un dilemma professionale e umano, risolto con il concetto di "castità del montaggio. Quella funzione fondamentale in cui raccogli tutto, ma poi decidi tu cosa mostrare. Alcune cose non le ho mostrate volutamente: scegliere è fondamentale", sottolinea Lasta.

Quello dentro il Coronavirus è stato, per l'inviato, il racconto del cronista ma anche il racconto dell'uomo. "Per me il corpo ha una valenza non solo laica, quindi grande rispetto davanti a quei corpi", spiega, e rivela: "Come uomo, non ho provato paura. Ho provato angoscia, che è diverso, perché quando provi angoscia significa che sei consapevole, perché hai deciso prima di farlo: non è stata una scelta incosciente".

Molte le immagini che resteranno impresse, ma tra queste alcune sono deflagranti. "Ricordo molto nitidamente anche oggi i suoni dei respiratori, i beep delle macchine, che accompagnano, cadenzandolo, ogni attimo della terapia intensiva -dice Lasta- La potenza di quei corpi insieme ai suoni, fondamentali in tv ma che ti entrano dentro quando sei immerso in una realtà del genere, e mi hanno fatto scoprire la bellezza del racconto ma anche la fragilità del corpo". Il vedere "l'inerzia dei corpi in contrasto con la frenesia dei medici e degli infermieri, ciascuno intorno a quei corpi inerti. E poi le lacrime dei medici e infermieri" è la cosa che si porterà dietro più di tutte.

E non manca una profonda riflessione sul giornalismo, quello vero, quello d'inchiesta che forse, negli ultimi anni, era stato un po' dimenticato. "Il Covid19 ha riportato al centro il lavoro dell'inviato, ha rimesso la categoria sul binario giusto -è l'analisi del cronista- Ci sono momenti in cui per un giornalista non si può essere più gente 'da picnic'. Devi stare di fronte al dolore e raccontarlo, perché questo lavoro ti dà un enorme privilegio, quello di vivere un pezzetto delle vite di ogni persona che racconti, ma anche una grande responsabilità". Il Covid dunque ha avuto anche una funzione positiva: "Il giornalismo italiano ha mostrato di essere vivo. E che può migliorare la democrazia e il processo di comprensione dei fatti se torna a fare quello che sta facendo: stare sul campo", conclude il giornalista.

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