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Lo psichiatra, teenager jihadiste in cerca di se stesse e a caccia di un'identità collettiva

22 ottobre 2014 | 17.21
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(Adnkronos Salute) - Teenager in cerca di se stesse che "cedono al fascino dell'assolutismo". Non aspirano al progresso, ma "sono a caccia di un'identità collettiva forte che duri nel tempo, oltre l'individuo, le sue condizioni sociali, oltre la morte. Un modello religioso premiante dove placare le angosce esistenziali" tipiche dell'adolescenza. E' il 'pacchetto chiavi in mano' offerto dall'Is alle ragazzine che sognano la jihad. Come le tre americane di 15, 16 e 17 anni intercettate dall'Fbi all'aeroporto internazionale di Francoforte: sembra tentassero di raggiungere la Siria per unirsi ai combattenti dello Stato islamico. Ma cosa c'è dietro il 'cuore nero' che spinge un'adolescente ad essere "attratta dal male, più da Joker che da Batman"? Un leit-motiv "che si ripete a livello generazionale, con alcune differenze significative", spiega all'Adnkronos Salute lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Per l'esperto la giovane età delle tre statunitensi in fuga verso la Siria "mette subito in mostra la ricerca di un'identità forte, anche se negativa. Non è un inedito: è lo stesso meccanismo che ha animato in passato movimenti come quello delle 'pantere nere' negli Usa, o in Europa l'adesione al progetto dell'esportazione del comunismo". Solo che in passato, "al di là degli aspetti aberranti, questi modelli erano orientati alla crescita di un'idea di giustizia e democrazia, alla riduzione di diseguaglianze". Qui troviamo "la realizzazione di un mito antico che ripristina gerarchie e differenze e anche la supremazia di un genere sull'altro. Un ritorno al passato. Come se dopo le conquiste di liberazione, i neri chiedessero il ritorno ai tempi dello schiavismo e delle piantagioni di cotone. Ci farebbe impressione", osserva Mencacci.

Secondo lo psichiatra "deve far riflettere l'inseguimento da parte di queste giovani di un'identità collettiva, la loro permeabilità al messaggio mediatico del 'Califfato' che propone un futuro conglobante, che travalica l'individuo. Questo tipo di esperienza le generazioni precedenti l'hanno sperimentata, ma l'idea era di andare verso l'uguaglianza sociale, di lottare contro dittature e poteri soverchianti. Una rivoluzione duratura per costruire qualcosa per le generazioni future". Il desiderio di immortalità veniva interpretato così. "Qui invece - prosegue - c'è il fascino di un modello religioso premiante, che risolve le angosce individuali di finitezza e di morte, tanto presenti in età adolescenziale".

Ma il fatto che "tre giovinette, invece di ringraziare il cielo di essere nate negli Usa, di non essere state infibulate e rese spose bambine, vanno a cercare loro identità seguendo un percorso contrario a quello affrontato dagli schiavi di colore, ci deve far riflettere", avverte Mencacci. Perché è un fenomeno che rispecchia "la difficoltà attraversata dal modello di democrazia e laicità, un modello che presuppone di per sé un'evoluzione molto individuale: le persone si devono battere per la loro crescita personale più che per un'identità collettiva e questo rende difficile identificarsi". E' in questo contesto che nasce "l'attrazione per l'assolutismo".

Il problema è che nel caso delle baby jihadiste "il motore è il mito della barbarie, il desiderio di tornare indietro, mentre il resto del mondo cerca di far uscire la donna da una serie di vincoli e limitazioni millenarie". Tanto più che a 16 anni "non c'è piena consapevolezza delle conseguenze della violenza". Come fermare una deriva simile? "Un figlio deve poter comunicare e imparare ad apprezzare le scelte di un genitore, un modello al quale aderire come senso, non solo come condizione sociale". Nel caso delle ragazzine Usa con la testa in Siria "il loro substrato era molto più sensibile" ai messaggi dell'Is. Il mix con "l'impulsività tipica dell'età e magari tratti di personalità disturbati" ha fatto il resto.

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