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Lavoro: Statuto dei Lavoratori, compie 45 anni ma senza art.18

18 maggio 2015 | 12.55
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Dal referendum del 1995 sull'art.19 al Jobs Act,il testo originario di Brodolini è stato profondamente modificato

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Il suo vero nome è 'Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento', ma tutti lo conosciamo come Statuto dei Lavoratori. E' la legge 300 del 1970, entrata in vigore il 20 maggio, che mercoledì compie, dunque, 45 anni.

Lo Statuto dei Lavoratori, il cui 'padre nobile' è stato Giacomo Brodolini (che però non fece in tempo a vederne l'approvazione perché morì nel 1969), è stata, e in gran parte lo è ancora, la legge di riferimento della giurisprudenza in materia lavoristica. Ma in questi 45 anni molte cose sono cambiate: la legge 300 è stata modificata in più parti, e il dibattito che si è acceso attorno ai suoi articoli più controversi (come il famoso articolo 18) ha animato e condizionato la scena politica ed economica di molti governi.

Quando nel 1970 entrò in vigore lo Statuto dei lavoratori erano trascorsi appena cinque mesi dalla bomba di piazza Fontana, e non più di un anno dalla rivolta degli operai veneti a Valdagno. A Torino la Fiat era agitata da continui scioperi, mentre le manifestazione dei braccianti di Avola in Sicilia e di Battipaglia nel Salernitano, finite in un bagno di sangue, erano ancora un ricordo fresco. La nuova legge nacque anche in risposta ai forti conflitti sociali che attraversavano l'Italia, da Nord a Sud: offrendo tutela reale del lavoratore e una presenza sindacale 'consolidata' delle tre grandi Confederazioni, si puntava a canalizzare le spinte che venivano dal basso.

Lo Statuto era un progetto che veniva da lontano: Giuseppe Di Vittorio, il celebre leader della Cgil, aveva invocato nuove norme a protezione del lavoro fin dall’inizio degli anni '50. Ma bisognava aspettare che la società italiana cambiasse identità, da paese agricolo a realtà industriale, e che inurbamento e migrazioni facessero crescere nelle officine una nuova forza lavoro, che rivendicava nuove libertà e diritti, per concretizzare il progetto.

Obiettivo di fondo dello Statuto, figlio di dure lotte sindacali guidate dagli operai a cui si aggiunsero i movimenti studenteschi del '68 sotto lo slogan "Operai e studenti uniti nella lotta", era infatti quello di tutelare la libertà e la dignità del lavoratore e sostenere la presenza dei sindacati sui luoghi di lavoro.

A raccogliere la proposta di Di Vittorio (1952), fu Giacomo Brodolini, che con il leader sindacale era stato al vertice della Cgil nel 1955 come vicesegretario. Nominato ministro del Lavoro socialista nel secondo governo Rumor e fautore della riforma della previdenza sociale del 1969, dell'abolizione delle gabbie salariali e della modifica del collocamento contro il caporalato, Brodolini istituì una commissione nazionale per redigere una bozza di Statuto, alla cui presidenza nominò Gino Giugni.

Brodolini morì pochi giorni dopo aver presentato il disegno di legge elaborato dalla commissione. La legge n. 300 fu approvata a maggio del 1970, con l'astensione del Partito Comunista che, pur apprezzando la garanzia dei diritti costituzionali prevista per i lavoratori sul luogo di lavoro, lamentava l'esclusione delle tutele per i lavoratori delle aziende più piccole.

Lo Statuto dei lavoratori è la fonte normativa più importante, dopo la Costituzione, in materia di libertà e attività sindacale. In 41 articoli, divisi in 6 titoli, tutela la libertà e la dignità del lavoratore, la libertà e l'attività sindacale, e contiene norme sul collocamento e disposizioni penali.

Ma in questi anni ha subito profondi cambiamenti. Il primo articolo a 'cadere' è stato il 19, che di fatto privilegiava il sindacato confederale (Cgil, Cisl e Uil), rispetto alle altre associazioni sindacali aventi una struttura organizzativa soltanto di categoria. L'articolo fu sottoposto a referendum abrogativo nel 1995, e riscritto nella forma attuale: "Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell'ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell'unità produttiva".

Ma l'articolo più discusso e tormentato dello Statuto è stato sicuramente l'articolo 18, che stabilendo la "reintegrazione sul posto di lavoro" in caso di licenziamento illegittimo aveva avviato un'autentica rivoluzione in materia di licenziamenti individuali.

Rimasto intatto per oltre 30 anni, sopravvive anche alla legge Biagi (decreto legislativo 276/2003) e all'attacco portato dal secondo governo Berlusconi contro il quale l'allora leader della Cgil, Sergio Cofferati, porta al Circo Massimo tre milioni di persone. Ma ciò che non era riuscito a un governo di centro-destra, cioè il superamento dell'articolo, viene prima realizzato in parte da un governo tecnico (quello di Monti) e poi da un governo di centrosinistra.

Infatti, nel 2012 con la legge 92 (legge Fornero), il risarcimento per ogni licenziamento valutato illegittimo non è più esclusivamente il reintegro tout court del posto, ma si introducono, in alcuni casi, nuove possibilità, tra cui un risarcimento economico. Il Jobs Act targato Renzi e il contratto di lavoro a tutele crescenti, infine, mandano in soffitta l'articolo 18 per i rapporti di lavoro stipulati a partire dal primo marzo 2015. Rimane in vigore invece per gli assunti prima di quella data e con i requisiti richiesti.

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