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Magistrati e politica, è cortocircuito?

13 giugno 2017 | 12.27
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Nella foto il ministro della Giustizia Andrea Orlando e Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm (Fotogramma) - FOTOGRAMMA

Magistrati e politica. C'è un cortocircuito? Se sì, dove sta? Tra intercettazioni, gogne mediatiche, errori, "magistrati moralisti" e "politicizzati". La giustizia è finita nella lente d'ingrandimento nel dibattito-convegno organizzato dal 'Foglio' al Teatro Eliseo di Roma al quale hanno partecipato il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, il giudice emerito della Corte costituzionale Sabino Cassese.

"Qualunque ordinamento giudiziario può commettere degli errori", ha sottolineato il ministro Orlando aggiungendo: "Noi abbiamo un sistema che, nel suo insieme, ha un margine d’errore più basso che in altri ordinamenti... Il problema del nostro sistema è che questa pena accessoria o anticipata deriva dalla disfunzione del processo stesso, cioè dall’utilizzo improprio delle intercettazioni", tema spinoso. "A volte si fanno uscire le intercettazioni per ragioni oblique, ma spesso per semplice sciatteria - afferma il ministro - Si fanno semplici copia-incolla dall’attività della polizia giudiziaria e si mettono dentro l’ordinanza. Il fatto è che ci sono due grandi categorie di vittime, quelle note che fanno vendere i giornali e che magari fanno fare il talk-show, ma poi ci sono quelle meno note". Insomma "bisogna lavorare sulla responsabilizzazione di chi deve gestire questa situazione".

Dal canto suo Legnini sottolinea come "oggi noi abbiamo un’opportunità: c’è un disegno di legge che non limita l’utilizzo delle intercettazioni, ne disciplina la gestione. Io sono convinto che, anche in virtù di un’evoluzione culturale e di sensibilità da parte dei cittadini, dire che l’utilizzo improprio, illecito e distorsivo, da gogna mediatica, delle intercettazioni, la loro diffusione illecita o indebita, ormai costituisce un disvalore nella percezione della stragrande maggioranza dei cittadini. Cosa che non era o non era in questa misura fino a qualche tempo fa". "Dico questo anche, o forse anche per diversi aspetti soprattutto, per l’autorevolezza e il prestigio della magistratura - ha aggiunto - Non è possibile che pochi magistrati che maneggiano questa materia con disinvoltura compromettano l’onore e il prestigio della stragrande maggioranza dei magistrati che non si comportano così”.

Secondo Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, "dietro il problema delle intercettazioni c’è un vizio di fondo: non è l’intercettazione l’unico modo per fare un’indagine o per raccogliere delle prove. Ce ne sono molti altri". "Le intercettazioni, tra tutti i modi per compiere delle indagini, sono sicuramente il modo più sproporzionato...". "Quella che a me preoccupa di più, che non è dominante ma è presente per un trenta o quaranta per cento, e cioè che questo faro che si accende sulla vita privata delle persone consente a chi accende questo faro di presentarsi all’opinione pubblica in questo particolare modo, come tutore della moralità pubblica. Ed è per questo che per me si deve affrontare il problema di cosa fanno i magistrati e di cosa non debbono fare i magistrati", ha sottolineato.

Anche per Legnini "i magistrati che si assegnano un compito di moralizzazione non fanno il loro lavoro. La missione, la funzione del magistrato non è quella di moralizzare una società, ma di accertare e sanzionare reati. Punto e basta. Chi la pensasse in modo diverso, esorbiterebbe dalle funzioni costituzionali.

Quanto al rapporto della magistratura con la politica, per Legnini "dobbiamo risolvere in maniera definitiva il problema dei magistrati in politica, non del rapporto tra i magistrati e la politica". "Il problema fondamentale è che anche un solo magistrato che svolge un ruolo attivo nella politica dà un' immagine della magistratura come di un corpo che è impegnato anche in politica - ha detto Cassese - Tuttavia, c'è un dato statistico: dal 1994 il numero dei magistrati presenti in Parlamento è triplicato". "Oggi siamo davanti a una politicizzazione endogena, che nasce dall'interno della magistratura ha aggiunto - E che deriva dalla maggiore visibilità che ha acquisito il magistrato. C'è quindi un problema di forte visibilità dei magistrati dovuto all' esercizio della funzione e alle modalità dell'esercizio della funzione, quindi non dovuto alla qualità della persona, non dovuto alla natura dell'attività che svolgono e invece dovuto al modo in cui è gestita la funzione, e in particolare a come sono gestiti i rapporti con i mezzi di comunicazione di massa". "Noi dovremmo cercare di capire le ragioni specifiche del tipo di rapporto che si è venuto a creare tra la politica e la giustizia in Italia", ha sottolineato allora Cassese.

Per Legnini "non si tratta di ribadire la divisione classica dei poteri, perché sarebbe insufficiente. I confini si sono fatti fragili, vi sono zone grigie, vi sono incertezze, l'imprevedibilità della risposta giudiziaria, e via così. Si tratta di ribadire un concetto cardine della democrazia, e cioè che la politica faccia la politica e la magistratura amministri giustizia in nome del popolo, come dice la nostra bella Costituzione".

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